Recensioni

C’è un rabbino che recita un pezzo di Somebody To Love e dopo snocciola i nomi degli Airplane, capito? Questo passaggio del film varrebbe forse da sé un quarto d’ora di risate, come la faccia del vecchio yiddish polacco scambiato per un dybbuk, un non morto, che passato allo spiedo dalla contadina protosovietica di turno si alza, saluta e se ne va; o come la sequenza dei denti del non-ebreo. Epocali. Come questo film, una retrospettiva autobiografica alla maniera di Joel & Ethan Cohensull’America provinciale in cui sono cresciuti.
L’umorismo yiddish diciamocelo, a volte è un po’ difficile da digerire a causa di una certa differenza culturale che ad esempio non ci porterebbe ad esporre in bacheca duecentimetri di pelle di prepuzio (anche se credo che questo sia più un retaggio del pubblico da attribuire a Ben Stiller), e non sempre risulta sufficiente la vaccinazione Woody Allen. Anche perchéJoel & Ethan Cohen non sono mai stati della parrocchia della comprensione facile, anzi sul nonsense e sul fatto di lasciare di stucco il pubblico ci hanno ricamato sopra parecchio. Anche a non capirci molto, però, il film è di una bellezza fotografica notevole. Roger Deakins è uno di quelli che colleziona nomination all’Oscar ogni volta, e della middle upper class americana da sobborgo aveva già fornito dei ritratti con Revolutionary Road (Sam Mendes, 2008). Peccato che non riesca mai a vincerli. Forse anche di questo ci sarebbe da ridere su alla maniera dei Coen. Larry Gopnik è un ebreo praticante, è sposato e ha due figli. Il signor Rossi del Minnesota. E’ un insegnante precario di fisica, vive in una tranquilla comunità ebrea nel Minnesota degli anni ’60 e il mondo è ovviamente pronto a crollargli addosso, come ad ogni ragionier Ugo Fantozzi che si rispetti. La moglie vuole divorziare e lo farà con un rito pubblico, i figli gli rubano i soldi per comprarsi la marijuana o per rifarsi il naso. Questa poi è una metafora di laicizzazione e americanizzazione stupenda se del naso ebreo si discusse anche nelle infelici parentesi dell’antisemitismo. Non a caso la consacrazione all’inettitudine del padre avviene proprio a ridosso del Bar Mitzvah del figlio, l’ingresso in società. Bisogna capire quale.
Insomma il padre è il classico bigotto, i figli sono pronti a rinunciare alle loro radici e perdersi nel qualunquismo tutto Mad, walkman e chewingum di una cultura un po’ be bop a lula o giù di lì. Larry sembra perdere su tutti i fronti: quello familiare, quello professionale (forse anche etnico con le minacce dello studente asiatico, la nuova minoranza arricchita degli States) e anche umano con la perdita del giardino, non tanto quello dell’Eden che con certe visioni a sfondo erotico è del tutto compromesso, ma in senso fisico con l’occupazione da parte del vicino. Un uomo che in pieno clima di fermenti e cambiamenti si rifugia nella tradizione può o vincere o fallire completamente. Come da film: «Siamo ebrei, quando le cose vanno male abbiamo il pozzo della tradizione da cui attingere ». Vi ricordo che stiamo parlando dei Coen, quindi è ovvio a quale destino andrà incontro il povero travet. Larry si ostina a cercare nella parola non di uno, bensì di tre rabbini, la via per diventare un mensch, un uomo serio. Terapia psicoanalitica travestita da torah postmoderna made in Allen, humor da black comedy e ambienti glam ’60 antisettici come in un quadro di Hopper. Atmosfere surreali per un villaggio di case di marzapane tratto dal vissuto autobiografico, umorismo esistenziale e disilluso, un mix esplosivo di cinismo e nonsense. In definitiva un film di difficile assimilazione, machissenefrega.
L’Italo Svevo dei Coen è un Michael Stuhlbarg che si candida al premio di Medioman cinematografico battendo anche il recente brillante operato di Christian Slater in He Was A Quite Man (Frank A. Cappello, 2007), perché la camicia quadrettata in flanella a maniche corte con il plusvalore della maglia della salute non può avere rivali. Prima del 1968 l’ultimo grande tentativo disperato di aggrapparsi alle tradizioni e farsi portare via da un uragano (culturale) in arrivo.
A Serious Man non è un film per tutti. Dopo la conquista del grande pubblico e degli Oscar, i Coen sfornano un film che metterei in parallelo a Mister Hula Hoop (The Hudsucker Proxy, 1994), se non altro per il fatto di essere una pellicola che l’80% del pubblico (me compreso) capirà e apprezzerà con gli anni. C’è da sbatterci la testa, e un passaggio del film può regalarci degli spunti.
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