Recensioni

“Cosa è successo in questi 30 anni?” “Molto”. In Robbie Williams, docufilm Netflix sull’iconica star inglese, c’è tutta la gioia, l’energia, l’arte, ma anche il dolore di una delle figure più istrioniche del mondo pop: 30 anni di vita racchiusi in quattro episodi che pongono Williams stesso al centro della scena, alla maniera ormai tanto cara alla piattaforma di streaming.

Sì, perché più che un docufilm Robbie Williams è una seduta di psicoanalisi, in cui il protagonista, a letto in canotta e slip, si mette a nudo (quasi letteralmente) per raccontare le fasi di una vita – dall’adolescenza al successo, dalle dipendenze alle rinascite – mai goduta, anzi grandemente sofferta. Dal punto di vista del format niente che Netflix non ci abbia già proposto con la serie dedicata a David Beckham (praticamente coetaneo della popstar), con la sostanziale differenza che l’intervistato è praticamente solo, croce e delizia di una pellicola che taglia e cuce un’enorme quantità di filmini privati, alcuni di questi (sarà vero?) mai visti dallo stesso Williams, altri che avrebbero potuto tranquillamente essere riassunti (la lunga vacanza con Geri Halliwell su tutti).

Nel primo capitolo della docu-serie, il regista Jon Pearlaman (Lewis Capaldi: How I’m Feeling Now), preme sull’acceleratore: l’esordio della futura stella è un turbinio di eventi, immagini frenetiche che si alternano tra di loro come se fossero state assemblate per un videoclip musicale. Il titolo della puntata, del resto, parla da sé: Sballiamoci. Dal lancio del primo album con i Take ThatLife Thru A Lens, al primo periodo di dipendenze, emerge fin da subito il bisogno del protagonista di trovare una propria identità, un’identità che si fa via via più solida mentre il racconto rallenta il ritmo e la vita stessa di Williams si fa meno caotica e più riflessiva. Sarà questa ricerca il filo conduttore della serie.

Un paio di confessioni eloquenti del film? L’ammissione di aver provato gelosia per Gary Barlow, che della boyband era il leader, e il bisogno che ha sentito poi di scusarsi con lui. E una battuta che ha già fatto storia: volevo scrivere Karma Police ma mi sta venendo fuori Karma Khameleon”. Si sa, Williams non ha mai nascosto la frustrazione per il mancato riconoscimento del suo lavoro come songwriter. E questo perché accanto a lui per la gran parte della sua carriera c’è stato un co-writer d’eccezione – e eccezionale di per sé – Guy Chambers. È grazie al sodalizio con lui che la sua carriera solista spicca il volo, a firma di entrambi album come I’ve Been Expecting You o brani come Rock DJ. 

Altro capitolo importantissimo, come del resto lo è stato per la pellicola di Beckahm, è il rapporto con i media in un periodo storico in cui Internet è agli albori. La pressione esercitata dalla “campagna” contro Rudebox, giudicato il “suo peggior singolo di sempre” è un esempio, ma non il solo.

Il potere pervasivo dei media, specie scandalistici, nel Regno Unito è un unicum culturale: ha spinto Williams e Beckham a fuggire dal Paese della Corona per gli Stati Uniti. Ed è qui nella sua nuova patria che Robbie affronta per la prima volta gli effetti di tutto questo, di quel continuo doversi difendere da una nazione che si sente tradita (da cosa, poi?). Che sia sbagliare un rigore o lasciare i Take That e deludere i fan, questo tema meriterebbe un approfondimento a sé (e che arriva solo nei casi più eclatanti, vedasi il caso Diana, come narrato nella nuova stagione di The Crown).

Da quel momento in poi il docufilm procede su un binario piuttosto prevedibile: l’insicurezza, l’autore che vuole prendere il controllo, le difficoltà in tour… nulla che il divertentissimo Weird: The Al Yankovic Story non avesse già parodiato. Ma tra i vari momenti di questa delicata fase (i “cliché” delle rockstar meritano comunque rispetto, perché intaccano la loro vita privata) ce n’è uno davvero inedito: l’attacco di panico durante il concerto a Leeds. Quegli occhi spalancati sul mondo non sono un segno d’euforia, ma incarnano il terrore che pervade l’artista per tutto lo show, nascondono la scelta di assumere steroidi per combattere i dolori e la stanchezza del tour. Era, quello, tra l’altro, il concerto di ritorno dagli States e sarebbe stato ancor più interessante se il docufilm avesse contestualizzato meglio il “malessere” del suo tormentato protagonista, anche raccontando qualcosa della sua famiglia ed educazione.

Non è un racconto elegiaco quello su Williams, questo è certo. Ma è corretto chiamare questo tipo di operazione docufilm? Lo abbiamo già visto con Taylor Swift in Miss Americana, il taglio della popstar che si mette a nudo per dare in pasto al pubblico i lati più nascosti di sé funziona ma ad ogni nuova pellicola impostata in questo modo, con un unico punto di vista e senza mai una controparte che possa confermare o smentire i fatti (solo per elogiarli, come nel caso di Beckham), c’è un vuoto che avanza.

Dicevamo su Williams, non c’è nulla sulle sue origini, non sappiamo niente di madre, padri, fratelli o sorelle, e conosciamo altrettanto poco la sua nuova famiglia. La moglie è calata nel racconto improvvisamente e non si capisce molto della chimica che lega i due mentre è chiaro il messaggio di quanto Robbie abbia auto-sabotato il loro primo incontro.

E se non c’è la famiglia non c’è neanche una voce dei Take That, non c’è Gary Barlow a dare una sua versione dei fatti, niente di niente. Non siamo ai livelli dei documentari di regime su Chiara Ferragni, certo, ma concentrarsi su una dimensione puramente intima rischia di compromettere quel bisogno di verità che i docufilm perseguitano. Ciò che ne rimane è comunque una serie che tutto sommato intrattiene, pur con qualche momento di noia, ma è merito solo ed esclusivamente della figura di Robbie Williams e del suo modo di fare.

Invece Netflix sembra non riuscire a ragionare in altri termini quando si tratta di docufilm su icone pop internazionali (su figure nostrane, vedi Wanna o SanPa, l’approccio è diverso). Il nuovo standard è il protagonista che ripercorre la sua stessa storia, in solitaria o con quelli a lui vicini. Ma un documentario non dovrebbe stare in piedi grazie a quanto irriverente, strano, divertente o tragico è il suo oggetto di indagine. Un documentario dovrebbe saper rendere poetico e dalle mille sfaccettature anche il portinaio del condominio. Netflix invece riesce a dare solamente qualche pennellata di colore qua e là, anche con un personaggio come Robbie Williams che, di spunti narrativi, ne ha da offrire in abbondanza.

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