Recensioni

6.5

Da sempre Joe Jackson sceglie di atterrare sul pianeta del pop da una bolla di immaginario peculiare, sbalzata dai parametri correnti, anacronistica se vogliamo eppure portatrice di una visione diversamente futuribile, come un sogno incastrato in una profezia obsoleta. All’epoca del maggiore successo, la sua calligrafia capace di sublimare jazz, pop-soul e latinerie sembrava toccare un nervo nascosto degli 80s, il desiderio di sintetizzare raffinatezza e inquietudine in una proposta che non capitolasse alle istanze del gioco, della performance mediatica come categoria espressiva dominante, affidandosi a una configurazione canzonettistica che all’incantesimo melodico/armonico affiancava quote scivolose di mistero, la postura anomala di un sogno forbito e al tempo stesso avventuroso. Come degli Steely Dan colti da un subbuglio interiore post-punk, o una versione al neon degli XTC, o un Van Morrison caduto nella morsa tra new wave e post-moderno.

Oggi, con più di venti album alle spalle e una carriera lunga quasi mezzo secolo, Jackson torna con un lavoro che sembra voler rimettere ordine nel proprio universo espressivo senza rinunciare al gusto per la deviazione. Hope and Fury coincide infatti con un rientro nel solco della forma canzone più accessibile, quasi un tentativo di riaffacciarsi sul balcone del mainstream che l’autore non ha mai disdegnato ma da cui nelle ultime prove si era allontanato per dedicarsi a progetti più eccentrici e concettuali. Il risultato è un album compatto – nove brani per poco più di mezz’ora – che si muove con estro e disinvoltura tra pop sofisticato, jazz, funk e suggestioni latine, secondo quella formula che non senza autoironia lo stesso Jackson ha definito “bicoastal Latin-jazz-funk-rock”, formula che sembra tanto definire quanto depistare.

Registrato tra Berlino e New York, con la co-produzione di Patrick Dillett e il contributo di una band affiatata (Graham Maby al basso, Teddy Kumpel alla chitarra, Doug Yowell alla batteria e Paulo Stagnaro alle percussioni), il disco suona solido, curato, a tratti brillante negli arrangiamenti. È musica suonata, pensata, rifinita con – ebbene sì – mestiere: qualità che ti aspetti nel caso di Jackson, ma che in generale oggi possono apparire così desuete da sfiorare la sovversione.

L’apertura di Welcome to Burning-By-Sea è in tal senso emblematica: teatrale, ironica, attraversata da echi ska, slanci rumba e da un gusto cabarettistico che restituisce una provincia britannica deformata e quasi caricaturale. Come inizio è spiazzante, volutamente sopra le righe, quasi volesse ribadire come Jackson non abbia alcuna intenzione di consegnarsi del tutto alla linearità. Subito dopo però la scaletta si assesta su coordinate più riconoscibili: I’m Not Sorry e Fabulous People mettono in mostra una scrittura asciutta e brillante, capace di coniugare leggerezza melodica e sottigliezze caustiche vagamente Kinks. Va detto che è proprio qui che il cantautore dello Staffordshire colpisce nel segno, quando cioè abbandona i travestimenti più vistosi e lascia emergere quella sua tipica capacità di astrazione sospesa tra sarcasmo e radiosità malinconica.

Il filo rosso dell’album è infatti un’ironia lucida e a tratti tagliente che attraversa temi contemporanei – la polarizzazione culturale, le tensioni sociali, le identità in conflitto – col merito di non trasformarsi mai in invettiva o, peggio, in manifesto. Jackson preferisce suggerire, insinuare, giocare con il paradosso piuttosto che dichiarare apertamente, una sorta di oscillazione emotiva che il titolo Hope and Fury del resto suggerisce assai bene.

Non tutto, però, si mantiene sullo stesso livello di equilibrio o di “squilibrio efficace”. Nei momenti in cui il disco prova ad alzare l’ambizione narrativa emerge la rigidità di certi schemi autoreferenziali, quasi che Jackson ogni tanto rimanesse invischiato nel proprio stesso riflesso. End of the Pier, ad esempio, costruita su un parallelismo tra classi operaie di epoche diverse, mette in mostra una struttura intrigante ma finisce per dilatarsi e prodigarsi oltre il necessario, lasciando intravedere il lato manierista del suo autore, quella concettosità altrove ben dissimulata dall’impeto delle dinamiche e della verve suggestiva. Senza contare come un po’ in tutte le tracce si avverta una punta compiacenza negli arrangiamenti, nonché particelle di istrionismo a gratis nella postura della voce (peraltro sensibilmente indebolita col passare degli anni).

Eppure, proprio in questa imperfezione risiede una parte del fascino del disco. Perché quando Jackson semplifica, quando sottrae invece di aggiungere, la sua scrittura per contrasto brilla con stordente naturalezza. See You in September, in chiusura, è forse l’esempio più convincente: una ballata sobria, crepuscolare ma indomita, capace di imprimere tracce profonde senza ricorrere a effetti speciali. Un congedo quasi dimesso che restituisce l’immagine di un musicista complesso, meno decifrabile di quanto si potrebbe pensare a un primo ascolto (e sulla scorta delle aspettative).

Nel complesso parliamo di un lavoro vitale, attraversato da una tensione irrisolta tra desiderio di immediatezza e impulso alla digressione. Non è un album che reinventa Jackson (ci mancherebbe), neppure ambisce ad aggiustarne la traiettoria: ma è una prova tutt’altro che stanca, talmente decisa a giocarsi le carte a disposizione da sembrare perlopiù indifferente alle istanze contemporanee (e finendo perciò per suonare abbastanza contemporanea, come prescrivono le leggi ancora in vigore – e vigorose – della retromania).  

In altre parole: Joe Jackson continua a muoversi dentro la propria idea proteiforme di musica con una libertà che non ha bisogno di giustificazioni, forse neanche di spiegazioni. Anche quando inciampa, tutto sommato lo fa con stile. E, si sa, lo stile batte qualunque moda.

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