Recensioni

Embrione, Embryo. Il nuovo EP di Jlin viene presentato come un assaggio del nuovo corso intrapreso dalla producer, volto alla pubblicazione di un lavoro più corposo – ancora non si sa quando. Per ora, dobbiamo farci bastare quattro tracce che concretizzano un approccio che, restando quanto mai originale e personale, aggiorna la prospettiva sulla footwork da un’angolazione che pesca a piene mani dall’escapismo 90s di stampo techno (afro)futurista senza disdegnare gli occhi dolci di una IDM mai citazionista, potremmo definirla 2.0 (o l’ultimo aggiornamento al momento disponibile) soprattutto quando – Rabbit Hole – si allentano le cinture e il paesaggio si fa alieno.

Si sbrogliano – in parte – le ingiocabili tessiture ritmiche, come quando in Auto Pilot lasciano spazio a cavalcate bleep che stuzzicano possibili universi paralleli che sarebbero potuti scaturire in contemporanea alla Warp; o nella title track, che ben sintetizza (cioè rende – anche – sintetico) un certo abbandono delle complessità di tempo in favore di un 4/4 acido, rabbioso, nervosissimo. Sono panorami distopici e fantascientifici, che pure sentiamo presenti, nell’automazione, nella robotica: non a caso nelle note che accompagnano il disco veniva citato Philip K. Dick. Anche quando – Connect the Dots e la già citata Rabbit Hole – Jlin torna a sparigliare i beat, le atmosfere restano le stesse: aliene, digitali, imprevedibili. Un EP scintillante che da un lato rifà gli spigoli alle produzioni a cui ci aveva abituato Jlin, dall’altro aggiunge strati di riferimenti ulteriori, dando forma a uno degli sguardi più innovativi e personali del genere – e della contemporaneità elettronica.  7.6/10 

Jana Rush arriva su Planet Mu con quello che è il suo secondo disco lungo – il primo con la label inglese, Painful Enlightenment. Lo fa in piena estasi da destrutturazioni elettroniche chicagoane, usate come grimaldello per affrontare e raccontare un lungo periodo di depressione. Così la footwork viene diluita, anzi: miscelata, con intarsi jazzy fumosi. Prendiamo Mynd Fuc, languida ma psicopatica proprio come Disorientation, che le concima il terreno in tracklist. Scaletta che, c’è da dirlo, si dimostra organizzata con metodo, fin dai prodromi (la febbrile Moanin’), che allacciano il discorso a un’imprescindibile retroterra black, con quel sax rattoppato e insieme fortemente evocativo. Ma il languore di cui sopra è addirittura esplicito e sbandierato a più riprese, con i campionamenti di orgasmi femminili disseminati soprattutto nella prima parte dell’album (un rimando a Lil’Louis? Anche); così come espliciti sono i titoli: G-Spot (specie di pastiche dell’assurdo che tra due parentesi cosmiche racchiude un cuore da non proporre durante i pranzi di Natale), la stessa Moanin’, la lunghissima (9 minuti in un disco footwork!) Suicidal Ideation, che definire destabilizzante è un complimento per come ti catapulta in un picchiaduro impossibile. Insomma: Drivin’ Me Insane, recita/canta Nancy Fortune – una delle due ospiti del disco insieme a Dj Paypal (in Intergalactic Battle  e Just A Taste) – contorcendosi in una sorta di esorcismo. 7.4/10

Due sguardi sulla footwork – questi delle due produttrici – da cerchiare con il pennarello rosso. In attesa, anche, del disco di Jlin. 

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