Recensioni

Protagonista di un piccolo grande culto via via cementificato dalla qualità delle sue pubblicazioni, Jlin aka Jerilynn Patton da una decina d’anni è una delle artiste più intraprendenti e innovative nell’espandere lo spettro di un genere, la footwork di Chicago, tanto circostanziato a situazioni non estrapolabili dal proprio contesto cittadino quanto apparentemente privo di particolari variazioni sul tema dei 160 bpm spinti.
E invece. Invece Jlin, fin da Dark Energy (2015) sembrava aver già raccolto il testimone dell’appena scomparso Rashad Harden, probabilmente il primo a mostrare al di fuori delle mura cittadine le potenzialità della juke music, ed era – lo scrivevamo in questa rece multipla, lo rimarchiamo a dieci anni di distanza – già l’espressione di uno dei corpus in divenire più innovativi del (all’epoca prossimo) decennio, impareggiabile per costruzione meticolosa e rielaborazione degli standard che affondano radici profondissime nella house e in tutto quel che l’ha attraversata, fino appunto alle ibride filiazioni ghettotech.
Tutto questo, che si era poi cristallizzato nelle pieghevoli forme di quel capolavoro che era Black Origami (2017), l’ha contemporaneamente portata a raggiungere uno status di culto, fondare una piattaforma online di educazione musicale, comporre musiche per la Wayne McGregor Company, collaborare con SOPHIE in un episodio a quattro mani rimasto unico e irripetibile, e, ora, coinvolgere in questo Akoma nomi del calibro di Philip Glass, Björk e il Kronos Quartet (con cui, per amor del vero, aveva già lavorato ai tempi di Little Black Book).
Il risultato è l’ennesimo scrigno pieno di piccole gemme preziose, al contempo digitalmente scintillanti e ritmicamente vitali: ovviamente l’esoscheletro di riferimento resta quello tracciato da Rashad e RP Boo, ma ormai Jlin gioca un campionato a parte, che travalica il genere aprendo di fatto scenari ibridi, imprevedibili, frammentati come l’ecosistema digitale che navighiamo ma con una coerenza e una visione a cui non sembra questi ultimi siano ancora nemmeno lontanamente vicini.
La voce bambinesca di Björk e certi svolazzi pennellati colorano Borealis, in apertura, e fanno il paio (anzi il tris) con la classica completamente destrutturata di Sodalite (Kronos Quartet sugli scudi) e l’assoluto viaggio ipercinetico di The Precision of Infinity, con il pianoforte di Glass e la ritmica che si inseguono, diventando una cosa sola, inestricabile. Summon insiste su coordinate classiche/minimaliste; Speed of Darkness e Iris seguono, ognuna a modo proprio, la dialettica footwork, mentre il discorso si allarga ancora con i poliritmi nordafricani di una Challenge (To Be Continued II) che pare uscire dalle strade del Cairo e una Eye Am più maestosa e tribale. Ma ecco che l’ottovolante ci riporta altrove, con Auset che amalgama psy-trance e trap (sì) e Grannie’s Cherry Pie che spezzetta una melodia soul sbriciolandola tra drop e le, ormai classiche, vocione pitchate da picchiaduro.
Usciti da qui, quasi senza rendercene conto, abbiamo attraversato innumerevoli porte, inseguito il pulsare della footwork tra avant pop, minimalismo, classica, il tutto animato da una visione universale e afrofuturista in quello che è indubbiamente l’episodio più completo della carriera di Jlin, spirito rivoluzionario capace di immaginare e costruire nuove connessioni, visioni, futuri.
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