Recensioni

All’inizio degli anni Duemila, Jill Scott era – accanto ad altre “black queen” come Angie Stone, Erykah Badu e India.Arie – una delle figure cardine di un neo-soul che, tra orgoglio nero, spiritualità e rivendicazione femminista, tentava di dissolvere quell’alone di mercificazione e caricatura estetica che una certa musica black stava trascinando nelle classifiche mainstream, soprattutto nell’R&B femminile.
Lo faceva con sensualità matura, eleganza ritmica, elevazione spirituale, estro e una liberazione corporea mai ostentata, sempre consapevole. Scott fulminò il mercato inserendosi con naturalezza nell’universo dei Soulquarians – con nomi come D’Angelo, Common, The Roots, J Dilla, la stessa Badu e Roy Hargrove – contribuendo a dischi fondamentali per trasportare la dimensione terrena verso una misticità intrisa di “Motherland” e catarsi collettiva.
Nel 2026 Jill Scott non è più, o non è soltanto, una donna alla ricerca di sé in groove liofilizzati come quelli di Who Is Jill Scott?: Words and Sounds Vol. 1 e Beautifully Human: Words and Sounds Vol. 2, lavori essenziali per comprendere il ruolo sciamanico e sacrale della donna nera nella sua poetica. Oggi ha cinquantaquattro anni e per To Whom This May Concern abbiamo atteso oltre un decennio (l’ultimo LP, Woman, risale al 2015). Un sesto album che si innesta in una carriera ultracinquantennale, disco sciamanico e quasi liturgico, che torna a esaltare la bellezza del corpo femminile e l’orgoglio nero in un percorso di autocelebrazione e purificazione collettiva, nelle più diverse declinazioni black.
In un elegante intreccio di poliritmie, jazz, funk e hip hop, Scott rivendica la bellezza come principio essenziale, in una scaletta che parte dall’io per aprirsi alla comunità. È una maturità predicatrice e trascendente, ma mai priva di groove: il gusto melodico resta intatto, l’eleganza si fa ancora più marcata, la catarsi è sublime pur attraversando zone d’ombra.
Spiccano, in una tracklist di grande coerenza qualitativa, i pastiche e le celebrazioni. C’è il basso funky di Norf Side, prodotto da DJ Premier con Tierra Whack, omaggio ai Native Tongues – tra echi di De La Soul, A Tribe Called Quest, Talib Kweli, Gang Starr e Digable Planets. C’è il soul sabbioso di Beautiful People, meditazione sulla bellezza come valore universale; la fumosa Pressha; Right Here Right Now, che guarda tanto a Donna Summer quanto ai Soul II Soul; To B Honest, con JID. Se Àse è il nucleo spirituale del disco, Liftin’ Me Up, jazzy e polifonica, ne rappresenta l’apice poetico.
Il neo-soul di Jill Scott, sensuale e celeste, amplia ulteriormente il proprio spettro rispetto agli esordi e torna a celebrare le idee di Marcus Garvey, il lirismo di Nikki Giovanni (Ode To Nikki, con Ab-Soul), i sogni di Marvin Gaye, la consapevolezza di Stevie Wonder: bellezza nera, sacralità del corpo femminile, anti-materialismo, unità.
Così Scott prova a edificare un nuovo Mama’s Gun per donne, neri e forse per il mondo intero. E se oggi i baricentri black si sono spostati altrove, i sussulti tribali e le note blu della sua scrittura brillano ancora: meno dirompenti, forse, ma sempre sorretti da quell’eleganza che l’ha accompagnata sin da quando, più di vent’anni fa, provava a vivere la propria vita come fosse oro.
Amazon
