Recensioni

È irreale e fuori dal tempo, sublime ma intossicante, quasi sciamanica, la magia che cosparge Voodoo e che ri-definisce il senso di groove, ritmo e sensazioni in un r&b (allora) contemporaneo che si stava allontanando sempre di più da certe fascinazioni. Capolavoro dal giorno in cui è stato pubblicato, il secondo album di D’Angelo è manifesto di un soul che guarda al passato senza volerlo imitare e al presente nelle sue declinazioni più vive, muovendosi per commistioni velate, ambiziosi incroci e vivaci sperimentazioni.
Pubblicato a cinque anni di distanza dall’impeccabile Brown Sugar, l’album è uno dei più rappresentativi dello splendido calderone creativo che è stato il progetto Soulquarians, collettivo di artisti (QuestLove e i suoi The Roots, Common, Erykah Badu, D’Angelo, i compianti Roy Hargrove e J. Dilla, Mos Def, Q-Tip, Talib Kweli ecc…) eterogeneo ma legato da convinto attivismo e ribollente progressismo artistico che, nel periodo tra fine ‘90s e inizio ‘00s, si è trovato negli allora abbandonati e polverosi Electric Lady Studios di Jimi Hendrix per registrare diversi album contemporaneamente. È qui, in questa bolla creativa impensabile e impossibile, che sono nate pietre miliari di una nuova black music socialmente attenta e creativamente sfrontata: Things Fall Apart dei Roots (1999), Mama’s Gun di Erykah Badu (2000), Like Water For Chocolate di Common (2000) e, per l’appunto, Voodoo.
Quest’ultimo ha saputo, più di tutti gli altri, fuggire dal tempo, non tanto per una musica che ha saputo essere immortale e oltrepassare le generazioni, no. Quello che Michael Archer, allora venticinquenne, è riuscito a fare, è stato creare un rito, dove gli spiriti del glorioso passato soul e funk hanno potuto interagire con quelli del nuovo hip hop e delle nuove pulsioni soul. Una commistione storica quindi, oltre che stilistica, dove è possibile cogliere il nervosismo narcotico di There’s A Riot Goin On assieme a Method Man e la sua street poetry (Left And Right), o l’informalità da jam session di James Brown interagire con J.Dilla e le sue irregolarità ritmiche (Chicken Grease e il suo groove leggermente sfasato). Dove DJ Premier, il falsetto di Curtis Mayfield e George Clinton hanno potuto finalmente collaborare (Devil’s Pie), o dove il gospel più fluttuante e trascendentale ha trovato una sua piega popular (Africa). Non solo: D’Angelo ha scelto di suonare lo stesso pianoforte utilizzato da Stevie Wonder per Talking Book, dichiarando di “sentire lo spirito di Marvin Gaye” durante le registrazioni.
Oltre a racconti mitologici e romanticizzazioni, penso sia questa la chiave per un disco che suona così bene senza artifici di alcun tipo, che fa di semplici linee di basso (Pino Palladino) ed essenziali pattern ritmici (Questlove), a volte impreziositi da chitarra e piano Rhodes, da qualche fiato (Roy Hargrove alla tromba in particolare) e da strumenti digitali, la base per un’atmosfera di essenzialità timbrica, sospensione melodica e genuina passione. Un’atmosfera dove la voce diventa strumento di sottofondo, confondendosi, fluttuando, intrecciandosi alla composizione senza imporsi mai, creando momenti di raro candore e ineccepibile armoniosità (Feel Like Making Love, Spanish Joint)
Nella polvere degli Electric Lady è uscito una nuova coraggiosissima blackness, che è riuscita a imporsi andando contro a ogni canone del mercato r&b di allora (canzoni lunghe, strutture incerte, ritmi frantumati, assenza di risoluzioni tematiche e riferimenti tangibili), chiamando i grandi del passato e mostrando loro le novità del presente. Voodoo di D’Angelo ha stabilito una linea di neo-soul d’autore che fa della creatività e delle sensazioni l’idioma per un’espressività nuova, intima e personale. E se realtà contemporanee al disco, come la sopracitata Erykah Badu, l’ex-moglie Angie Stone (corista nell’album), Jill Scott e Bilal sono state dichiaratamente influenzate da questa operazione, l’eredità di D’Angelo ha continuato a ispirare gli artisti più ambiziosi dell’r&b contemporaneo fino ai giorni nostri. Frank Ocean e la sua disintegrazione temporale hanno di certo dei sedimenti qui. Stesso vale per Brent Fayiaz, con il suo disteso minimalismo e la sua seducente fragilità, per Solange e i suoi ritmi anti-convenzionali, o Anderson Paak nelle sue derive più funky e retromaniache (pensiamo a Malibu in particolare).
Con la scomparsa di D’Angelo, il 14 ottobre 2025 a soli 51 anni, Voodoo risuona ancora più reale e umano. Il cancro al pancreas ha sconfitto un uomo che non ha mai saputo realmente trovare un vero equilibrio in questo mondo, mentalmente e fisicamente (lo testimoniano l’incostante attività discografica e le numerose dichiarazioni riguardo a pressioni psicologiche, depressione e alcolismo). Ma ora D‘Angelo può ricongiungersi con gli spiriti che ha sempre tentato rievocare in musica. Può salutare Marvin, gridare con James Brown, cantare con Prince, suonare con Roy Hargrove. Chissà quante jam session avranno già organizzato. Forse troverà lì la vera stabilità che questo mondo non gli ha mai dato.
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