Recensioni

Quella di Padova, domenica 6 febbraio al Gran Teatro Geox, è stata l’unica data nel Nord-Est per i Jethro Tull, che hanno potuto così recuperare il concerto del 14 ottobre 2021 rinviato per cause di forza maggiore. Già all’entrata la locandina e la grafica sullo schermo, che accompagnerà la nuova formazione della storica band di Ian Anderson per tutto il concerto, non lasciano troppo spazio all’immaginazione, né depistano il dj-set a base di evergreen dei pesi massimi dell’era del progressive rock – era naturale trovare nella playlist classici degli Yes come Roundabout e I’ve Seen All Good People, d’altronde è previsto l’arrivo del gruppo nella medesima location il prossimo 18 maggio con lo spettacolo The Album Series, ma c’è stato posto anche per gli stessi Jethro Tull e altri esimi colleghi come i Genesis di The Lamb Lies Down on Broadway, i Pink Floyd con i vocalizzi di Clare Torry in The Great Gig in the Sky e i King Crimson con l’immancabile 21st Century Schizoid Man. Jethro Tull – The Prog Years (titolo del concerto e promessa mantenuta) è stato un piacevole salto all’indietro di cinquant’anni e oltre. Eppure le novità non sono mancate.

Jethro Tull al Gran Teatro Geox

Sì, perché non solo Ian Anderson si è presentato sul palco con una formazione completamente rinnovata – compreso il chitarrista Joe Parrish, classe 1995, che ha preso il posto di quel Florian Opahle al fianco del cantante e polistrumentista originario di Dunfermline per quasi vent’anni – ma ha potuto eseguire anche un assaggio dell’ultimo lavoro in studio inciso sotto l’insegna storica.

The Zealot Gene, disco denso e complesso, dalla lunga gestazione e terminato durante la pandemia, è uscito il 28 gennaio scorso per InsideOut/Sony Music ed è il ventiduesimo album in studio dei Jethro Tull (escludendo le tante raccolte) a distanza di ben ventitré anni dal precedente LP di materiale inedito (J-Tull Dot Com del 1999) e a diciannove dall’ultima pubblicazione, The Christmas Album. Se l’accoglienza in Italia è stata piuttosto tiepida (solo 61esimo nella classifica FIMI degli album più venduti), il disco è andato molto meglio in Germania (#4) e nel Regno Unito, che ha visto tornare i Jethro Tull nella Official Album Chart in Top Ten (al nono posto) per la prima volta dal 1972, anno di Thick As a Brick e della ricca antologia Living in the Past, in gran parte composta da singoli non inclusi in This Was, Stand Up, Benefit e Aqualung.

Si può certo discutere sull’opportunità di riformare la band senza richiamare almeno il chitarrista storico Martin Barre, ma sappiamo che la storia dei JT è fatta di almeno trenta musicisti entrati e usciti dalla formazione e che tutto ruota attorno all’iconica figura del leader – alla voce, all’inconfondibile flauto, all’armonica e alla chitarra acustica. A settantaquattro anni Anderson riesce a svolgere ancora bene il proprio compito, parla con il pubblico quando introduce le canzoni e ci tiene a spiegare il perché di alcune scelte fatte per una scaletta che sa alternare brani storici a recuperi più recenti da J-Tull Dot Com (Hunt By Numbers, Wicked Windows) e una rielaborazione della Pavane di Gabriel Fauré che abbiamo ascoltato nel già citato Christmas Album del 2003.

Da molti anni Ian Anderson è coinvolto in prima persona in un’operazione di rimasterizzazione e ripubblicazione degli album storici dei Jethro Tull, con nuovi missaggi a opera di Steven Wilson. Pur non mancando in scaletta un brano da A del 1980 (Black Sunday) – l’ultimo disco, per ora, ad essere stato tirato a lucido – e un altro da The Broadsword and the Beast del 1982 (Clasp), strategicamente posizionati a metà setlist e intervallati da My God, è inevitabile che siano stati Stand Up e gli album più iconici degli anni Settanta a fare la parte del leone. Nothing Is Easy (che insieme alla celebre cover della Bourée di Johann Sebastian Bach rappresenta Stand Up) ha aperto le danze, ma il pubblico si è finalmente scaldato con la versione proposta di Thick as a Brick, opportunamente abbreviata ma senza usare la mannaia come si fece per il singolo, accompagnata da immagini sullo schermo relative all’elaborato packaging dell’album del 1972. Con Living In The Past è partita una rassegna di frammenti video e fotografici di un’epoca irripetibile, tra Woodstock e i discorsi di Martin Luther King.

Non potevano mancare riferimenti alla politica, in particolare quella degli ultimi anni pre e post-pandemia. The Zealot Gene, brano che dà il titolo al nuovo album, fa un esplicito riferimento al populismo che attanaglia l’Europa e non solo – sullo schermo, verso la fine del brano, si sono notati forti e chiari degli screenshot di tweet dell’ex presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, intento a sbeffeggiare Greta Thunberg e il suo messaggio e ad aizzare i suoi follower contro di lei. Un j’accuse rivolto ai social media come Facebook e Twitter, rei di alimentare odio ed esasperare divisioni. L’ultima esecuzione on stage, con quella Dambusters March che per tutti gli anni Settanta ha concluso gli spettacoli dei Jethro Tull e che possiamo ascoltare nel live Bursting Out del 1978, si è rivelata al contempo una dichiarazione d’amore per l’Europa e un messaggio anti-Brexit.

Jethro Tull - the Prog Years

Saranno pure The Prog Years, ma Anderson ha avuto l’ottima idea di recuperare anche Songs From The Wood, dalla fase più folk-rock della seconda metà di quel decennio (meno fortunata in termini di vendite ma non per questo meno interessante). Manco a dirlo, sono state ben tre le canzoni scelte da Aqualung: oltre alla già menzionata My God, eseguita prima dell’intervallo durato quindici minuti, la title-track è stata rinfrescata nell’arrangiamento, mentre la veste di Locomotive Breath è rimasta assai più familiare e ortodossa – una scelta più che mai opportuna, fatta per far scatenare un pubblico in gran parte composto da fan irriducibili che li hanno vissuti in prima persona, i gloriosi Seventies.

Oltre a Joe Parrish, che in alcuni momenti si è inserito con dei botta e risposta al canto, i Jethro Tull del 2022 sono il bassista David Goodier e il tastierista John O’Hara, entrambi all’opera con Anderson dal 2003 (li troviamo nei suoi album solisti Rupi’s Dance, Thick as a Brick 2 e Homo Erraticus, oltre che in The Zealot Gene), mentre il batterista Scott Hammond ha una formazione jazz-funk e un percorso artistico più articolato, con collaborazioni all’attivo che vanno da Bruce Dickinson a Limahl, passando per Greg Lake e Gilbert O’Sullivan. Con una line-up di qualità e un repertorio tanto amato è difficile sbagliare, e la vivacità di Anderson che scherza col suo flauto suonato su una gamba sola fa dimenticare qualche inevitabile sbavatura di una voce che non è più quella di un tempo. Sarebbe potuta essere una lezione di storia del progressive, e invece è stata una festa. Malinconica, ma con brio.

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