Recensioni

Di tutti i baroni prog, il sessantasettenne Ian Anderson è quello che mi sta più simpatico. Un tipo pane al pane, che non tenta di spacciare per avanguardia una proposta tanto periodicizzata, anzi elargisce al pubblico esattamente ciò che ci si aspetta da lui: una baldanzosa apoteosi dell’idioma folk/prog Jethro Tull con solerti pennellate del celebre flauto traverso (sostenendosi su una gamba sola nei passaggi più estrosi, of course). E’ un gioco talmente scoperto da permettergli di riallacciarsi direttamente al capolavoro Thick As A Brick, come è avvenuto col sequel Thick As A Brick 2 di due anni orsono e col qui presente Homo Erraticus, nel quale torna il personaggio di Gerald Bostock ad animare un concept infarcito di eventi allegorici che coprono un arco temporale vertiginoso, dal neolitico al presente passando ovviamente dal medioevo.
La calligrafia Jethro sprizza con dinamismo rinnovato dal canovaccio traditional folk, ribollendo di chitarre hard (quasi heavy) e tra ritmiche sparigliate con padronanza algebrica, senza mai perdere la brillantezza ed il piglio teatrale/umoristico. Insomma, stiamo parlando di una parata di soluzioni, espedienti, cliché, mestiere e pertinenza al servizio di un talento già esplorato a tempo debito, tanto da costituire una fiera dell’inessenziale, una realtà sonica accessoria che ha il non trascurabile merito di fermarsi un attimo prima di scadere nel caricaturale. E’ un carosello prettamente autoreferenziale che, pur rivolgendosi dichiaratamente a fan ed appassionati (con buone probabilità di soddisfarli), potrebbe avere qualche chances anche con i simpatizzanti semplici.
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