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Nel contesto raccolto del Bonsai Festival al Parco Caserme Rosse di Bologna – meno dispersivo del gemello Sequoie, che la stessa sera accoglieva Anastacia – i Jesus and Mary Chain riportano su un palco italiano la loro idea inossidabile di rock’n’roll: cupa, torva, satura, eppure melodica fino all’ossessione. L’occasione è il tour di Glasgow Eyes, il disco pubblicato lo scorso anno che ha confermato una volta ancora quanto la formula Reid possa funzionare anche nel presente, proprio perché non smette mai di essere fedele a ciò che in primo luogo l’ha animata: suonare come le Shangri-Las con gli Einstürzende Neubauten come backing band.

A dare il via alla serata è Jamcod, brano che si presta perfettamente al compito: un attacco dissonante, quasi industriale, che atterra su binari psych-shoegaze, con una melodia che cuce ideali punti di contatto con i Sonic Youth. È uno dei momenti in cui emerge più chiaramente l’anima di Glasgow Eyes, che – come scritto in sede di recensione – “non è nemmeno un remake di Damage and Joy”, e contiene invece elementi di rottura e stratificazioni elettroniche nuove per i Mary Chain. Stratificazioni che però non trovano spazio nel live: sul palco, la band si presenta con una formazione classica a cinque elementi, tutta in chiave rock.

Jim Reid dei Jesus And Mary Chain a Bonsai. Foto gallery di Elisa Magnoni (2025)

William Reid, voce baritonale e movimenti plastici appena accennati, è presenza carismatica e distante; Jim si occupa della chitarra con il consueto aplomb glaciale. Con loro, Scott Von Ryper alla seconda chitarra, Mark Crozer al basso e Justin Welch alla batteria, quest’ultimo spesso capace – per impeto e precisione – di rubare la scena allo stesso frontman. Nessuna traccia delle componenti elettroniche udibili su disco: al loro posto, una macchina rock’n’roll perfettamente oliata, essenziale e concentrata.

Che siano sporcate d’elettronica o più classicamente rock, le canzoni dei J&MC rimangono imbevute di strade americane e di melodie “stordite dal rumore”. E il live lo conferma: il sound è compatto, ben bilanciato, con un equilibrio dinamico tra feedback e sezione ritmica, in cui ogni elemento è al posto giusto.

William Reid dei Jesus And Mary Chain a Bonsai. Foto gallery di Elisa Magnoni (2025)

Sono loro al 100% e lo fanno bene, così come l’estetica visiva che li accompagna: ridotta all’osso, tagliente e minimale. Il palco completa il disegno con le ormai classiche casse Orange marchiate “Jesus” come unico vezzo, mentre i visual – digitali e dal gusto vagamente cyberpunk – restituiscono un senso di alienazione riconducibile all’immaginario sonoro della band. Il gioco di luci del Bonsai aggiunge ulteriore dinamica e pathos, alternando chiaroscuri improvvisi e fasci diretti su pubblico e musicisti.

La scaletta spazia in tutta la carriera, con un’attenzione particolare agli album più iconici: Psychocandy è rappresentato da quattro brani (In a Hole, Just Like Honey, Taste of Cindy, Never Understand), Automatic da tre (Head On, Blues From a Gun, Between Planets), e Darklands da altrettanti (April Skies, Happy When It Rains, Nine Million Rainy Days). C’è spazio anche per un duetto, Sometimes Always (che nell’album Stoned And Dethroned veniva eseguita con Hope Sandoval) e Just Like Honey (in passato interpretata dal vivo da Scarlett Johansson, Isobel Campbell e Sky Ferreira) sono eseguite con Her Skin che aggiunge un livello di tenerezza a un set altrimenti denso di riverberi e melodie elettrificate.

Per quanto spesso siano passati in Italia negli ultimi anni – tra tour celebrativi e presentazioni del precedente lavoro Damage and Joy – i Jesus and Mary Chain non sono ancora stanchi di incarnare sé stessi. “La gente dovrebbe aspettarsi un disco dei Jesus and Mary Chain e questo è certamente ciò che è Glasgow Eyes”, ha detto Jim Reid. Una tautologia. E dal palco del Bonsai, tra chitarre abrasive e melodie scure, è tutto ancora lì. E ce lo siamo goduto fino in fondo.

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