Recensioni

Una facciata neoclassica con tanto di portico e colonne. Pavimenti di marmo e un tappeto rosso che apre la via. Rosso nobiliare, come il sangue delle duchesse e dei duchi che, qualche centinaio di anni fa, allietavano le loro serate qui, al Teatro Regio di Parma. Rosso è anche il velluto dei sedili in platea. Rossi anche gli interni dei centododici palchetti, disposti su quattro piani, che si affacciano dall’alto sulla platea. Balconcini bianchi con colonnine delicate, e intarsiati di bassorilievi dorati. Putti e ghirlande floreali luccicanti d’oro.
Alzando ancor più lo sguardo, il soffitto ha un cerchio affrescato con i più grandi drammaturghi della storia. In mezzo un opulento lampadario di cristallo con un numero indefinito di braccia che a guardarlo ti abbaglia. Prima campanella di richiamo per sedersi ai posti. Uno si aspetterebbe di trovarsi sul sedile il libretto del Macbeth o l’Otello di Giuseppe Verdi, parmigiano di nascita. Ma la gente stasera non è qui per questo. La gente è qui per qualcosa di più semplice, ma non necessariamente meno grandioso: un gruppo rock. E forse non è nemmeno così semplice. Stasera suonano i Jesus And Mary Chain.
I fratelli Reid e soci sono headliner del Barezzi festival, che ormai ogni anno si svolge a Parma e provincia, ma in particolare proprio al Teatro Regio adiacente a Piazzale Antonio Barezzi. Altri nomi che spiccano in questa edizione e che va dal 19 al 29 novembre sono i Blonde Redhead, Will Sheff degli Okkervil River, i Giant Sand, Stuart Braithwaite dei Mogwai, Micah P. Hinson e i Lambchop. Ma i Mary Chain sono i più attesi: unica data italiana per quest’anno.
Seconda campanella di richiamo. Ognuno ai suoi posti, luci spente, il suddetto lampadario e tutti i lanternini dei palchetti. I Mary Chain fanno il loro ingresso e il muro di suono aggredisce le orecchie. Attaccano con i loro pezzi più cattivi e trascinanti da Automatic: Blues From A Gun, Head On, Between Planets, con l’incursione di April Skies da Darklands. Un inizio così fomenta l’istinto di alzarsi in piedi e dimenarsi, istinto che tutti reprimono intimiditi dalla maestà del luogo. Ma la scaletta rende tutto difficile, perché pare congegnata per essere esaltante, pescando il meglio dai sette album della carriera senza lasciarne nessuno in disparte. Amputation, Cracking Up, Snakedriver, Taste Of Cindy. Come commenterà all’uscita qualcuno del posto in pesante accento romagnolo: “i ragassi hanno ancora un bel tiro”.
Il loro lavoro lo sanno fare ormai con precisione millimetrica: ogni suono è distorto esattamente al punto giusto per arrivare con quella loro aura rarefatta e spiritata. La voglia di ballare per dissolvercisi dentro, al ritmo della batteria ovattata, comincia ad essere ingombrante. Ma c’è ancora la barriera della venue. Del malcontento inizia a serpeggiare tra i sedili. Delle teste si muovono timide avanti e indietro. Delle braccia si alzano, qualcuno canta ma non se la sente di urlare, quindi muove le labbra o tiene la voce bassa. Negli intervalli tra le canzoni c’è il sollievo di qualche urlaccio di supporto dalle balconate. Si accusa il fatto che forse non si sta proprio nel luogo appropriato per un concerto rock. A un concerto rock non si sta come si assiste all’opera lirica. Dall’opera non si esce sudati, un po’ brilli e con la raucedine su cui bruciare subito una sigaretta.

Qui non c’è la grazia di un soprano, ma il timbro nasale, strascicato e spettrale di Jim Reid, che continua a arrotolarsi tra le mani in grossi cerchi il filo del microfono. In realtà una certa grazia c’è, quella che si percepisce sulle melodie più dolci e nostalgiche della seconda parte del set: Taste Of Cindy, Happy When It Rains, Halfway To Crazy, Some Candy Talking, All Things Pass, Nine Million Rainy Days. Le macchine del fumo inondano tutto il teatro di una nebbia che prende il colore delle luci soffuse blu o verdi. Restituiscono l’atmosfera psichedelica che questi patiti dei Velvet Underground hanno fatto propria; manca solo che si girino di spalle come avveniva ai primi concerti nei club, aprendo la via alla norma shoegaze del distacco emotivo dal pubblico, aiutato da droga e alcol. Ma forse con l’età hanno perso quell’arroganza, ed il coinvolgimento sembrano volerlo proprio ora che manca: Jim Reid tra una canzone e l’altra fa notare che è un po’ strano e imbarazzante suonare davanti a un pubblico così statico. Nessuno coglie ancora il suggerimento.
Su Darklands, che chiude il set, Jim Reid invita a smetterla di fare i timidi. Prima alludeva, ora la mette giù cruda: “You can stand up now”. Tana libera tutti. Qualcuno una volta alzatosi decide di sgattaiolare davanti, alle balaustre che separano il palco dalla platea. Lo seguo a ruota, e con effetto domino saltano le inibizioni di molti. Ci posizioniamo davanti alle balaustre come fossero le transenne metalliche di un qualunque club, che ti si ficcano nella pancia quando la folla si scalda e ti ci schiaccia contro, pena da pagare per aver voluto fare quelle ore di attesa in più e guadagnarti la primissima fila. Arriva l’encore, e ce la godiamo finalmente come si deve. Gli arti cominciano a muoversi liberi, si sciolgono. Sulle atmosfere assonnate ed eteree di Sometimes Always e dell’attesa Just Like Honey si intona alla perfezione l’ospite Marta Del Grandi, con una voce tenue. “Just like honey”, appunto.

Ci si avvicina alla fine con I Hate Rock ’N’ Roll, e non ci si tiene più: ci si comincia a comportare come è dovuto ad un concerto rock. Cioè, con maleducazione. Un tipo grida sporgendosi pericolosamente dalla balconata, quasi a cadere di sotto. Qualcuno si aggrappa alla balaustra e nella foga ne sfila un’asse rivestita di velluto, che cade per terra rovinosamente, per poi venir rimessa al suo posto, facendo finta di niente. Chiusura con Reverence, e il rumore non è mai stato così vicino all’armonia. “I wanna die just like Jesus Christ” e i Mary Chain lasciano il palco, risoluti, in un baccanale di feedback di chitarra intermittente.
Jim Reid in diverse interviste ha detto che il rock ’n’ roll non sparirà mai; ma è destinato a seguire lo stesso corso del jazz. Diventare di nicchia, per soli appassionati. Da una parte si può essere d’accordo, perché per un orecchio abituato a farsi ipnotizzare da motivetti pop-commerciali riconoscibili, è difficile accettare la quasi-cacofonia indefinita negli strati di sferraglio chitarristico dei Mary Chain. Poi basta guardare ai numeri dello streaming.

Dall’altro lato, il jazz non è il rock ’n’ roll. Il jazz non è per tutti. C’è un aspetto di attenzione intellettuale nel fruirlo ed apprezzarlo, specialmente nell’aspetto esecutivo di “improvvisazione” complessa sul giro armonico, dove il tema emerge non immediatamente, soddisfacendo la pancia, ma bisogna aspettarlo svolgersi. Il rock ’n’ roll invece parla senza fronzoli. Si dice che un chitarrista jazz suoni tremila accordi davanti a tre persone, mentre uno rock suoni tre accordi davanti a tremila persone. C’è qualcosa di viscerale che in qualche modo continuerà a richiamare le folle, e terrà al sicuro il rock dalla chiusura d’elite nei salotti o nei teatri.
Il Teatro Regio non sarà mai adatto per il rock ’n’ roll, perché tira fuori il peggio di noi: “I hate rock ‘n’ roll / I hate it ‘cause it fucks with my soul”, canta Jim Reid. Verrebbe da dirgli che finché spaccheremo le balaustre; finché la gente si sentirà fuori luogo e inappropriata sotto ai lampadari di cristallo; e finché la musica farà venire voglia di tirarli giù… fino ad allora il rock è al sicuro.
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