Recensioni

Solenne è decisamente il primo aggettivo che balza alla mente ascoltando il nuovo album di Jesca Hoop, cantautrice californiana pupilla di Tom Waits. Il suo ultimo lavoro Stonechild, più nudo e spettrale rispetto ai dischi del passato, è un avvincente ritorno alla forma fluida in cui voce e chitarra si impongono su tutto il resto con un magnetismo immersivo e segreto che riempie tutto il suono, qui scarnificato in nome di una scrittura folk centrata e lungimirante.
Per l’occasione la Hoop, che aveva ricevuto il plauso unanime di critica e pubblico con il suo Memories Are Now uscito due anni fa, ha scelto di collaborare con John Parish, già produttore di PJ Harvey e Aldous Harding. Stonechild deve il suo nome a una mostra in un museo medico di Philadelphia: un feto calcificato che una donna ha portato dentro di sé per decenni. Un’immagine ossessivamente evocativa, che contiene una moltitudine di contraddizioni: il più vulnerabile degli umani trasformato in materia solida come la roccia, un’esistenza profondamente isolata e ricondotta a un’altra, una vita che non è mai veramente iniziata ma che continua ad esistere oggi. Uno spazio seminale in cui la musicista sembra aver trovato il proprio rifugio, la propria casa. Le chitarre alt-folk, rauche e boschive, ammantano il suono delle undici tracce con un delicato senso di deriva, una perdita personale necessaria e rilassante, che scava in quelle preoccupazioni liriche che potrebbero altrimenti passare inosservate: è così che l’artista americana offre al meglio il proprio talento nell’affrontare tematiche nere e depresse abbracciando la vita, come un segnalibro preziosissimo che ritroviamo mentre la nostra canta «imparerai a ridere una volta che avrai finito di piangere».
Ad aprire il disco pensa la ninna nanna percussiva e fragorosa Free The Feeling, cantata con la band di Brooklyn Lucius, un tappeto di voci morbide, chitarra acustica e synth vertiginosi; è l’anticamera per Shoulder Charge, regina delle ballad dal sottosuolo trionfante, la traccia forse più potente di tutto il disco con la sua vocalità aperta e ottimista, senza indugi, chiara e vistosa. La Hoop si muove obliqua con un sound fatto di armonie devote e testi dalle molteplici letture e analisi, soprattutto politiche. I suoni delicati delle tastiere di Footfall to the Path ruotano attorno a un intricato fingerpicking, tra fioriture martellanti e fatalismo tribale, attraverso l’uso ripetitivo e notturno di un dulcimer. Se Red White And Black è un mormorio silenzioso di pensieri convulsi e cori (quasi) gospel, Outside of Eden vive nel folklore della tradizione cantautorale americana, lasciando un’atmosfera à la Joanna Newsom, tra purezza e innocenza. Un’innocenza a cui prestano la voce Kate Stables e Justis, nipote della Hoop, con le immancabili Lucius defilate sullo sfondo. Il rock catartico e tormentato di Passage’s End è una dolce ossessione che prepara al gran finale affidato ai toni bui del flebile equilibrio ambient tra voce e chitarra di Time Capsule, una culla di basso pastorale e increspature impermanenti.
Le melodie di Stonechild, pur trattando tematiche dure, restano coinvolgenti e leggere rendendo l’intera struttura sonora del disco di semplice andamento: un disco si vive nelle sue crepe, nei suoi confini, nelle sue cadute, e quello di Jesca Hoop è decisamente un viaggio per niente accidentato. Dalle chitarre pizzicate ai walzer oscuri, dai destini predeterminati ai cori di casa Simon & Garfunkel, la narrazione di un amore virtuale in un’epoca di tecnologia impazzita sembra essere il balsamo per la perfetta connessione con chi si ama («tu ed io siamo legati da un segreto e il peso di una bugia», sussurra la Hoop in Passage’s End) e con chi si perde («il mio amore è diventato un duro filo di ossa»). Stonechild è un esercizio di songwriting di alto livello, intelligente e dal magistrale equilibrio fra tensione emotiva e lucidità compositiva. Un disco capace di abbracciare dolci armonie e canti ossessivi, chitarre coraggiose, lamenti e testi che camminano sul filo del rasoio tra distopia e innegabile realtà. Un lavoro multisensoriale ed elegante che pone al centro della scena la chitarra eclettica della Hoop, la sua voce eterea, e tutto il suo buon cuore.
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