Recensioni

Le frantumazioni noise-elettroniche che disturbano la nenia mediorientale nell’incipit dell’album, quella Abyad Barraq in cui troviamo il primo dei tanti featuring di questo Qalaq, ovvero Greg Fox (Liturgy, Zs), possono essere prese a mo’ di paradigma per quello che è probabilmente il disco più ostico e più radicale di Radwan Ghazi Moumneh.
Nato a distanza per le ovvie ragioni che ben conosciamo, Qalaq (“profonda preoccupazione” la traduzione) sin dal titolo si pone come una sorta di multisfaccettato canto di disperazione per le condizioni del proprio popolo e della propria terra – da press, JIMH definisce come «la sensazione di non avere nessuna speranza. La sensazione di non avere nessun futuro» proprio quel brano iniziale, ergo tutto il lavoro dato che lo abbiamo definito come paradigma – e, musicalmente, risente eccome della numerosa ed eterogenea composizione degli “ospiti”, tanti e di tale livello che verrebbe quasi da definirlo un lavoro collettivo.
Moor Mother, Rabih Beaini, i fantastici Oiseaux-Tempête, Tim Hecker, Lucrecia Dalt solo per citarne alcuni, intervengono e massicciamente sulle composizioni al solito audio e video (appannaggio della regista Erin Weisberger) del libanese ma canadese d’adozione, trasformandone spesso anche radicalmente la matrice e rendendo Qalaq molto più estremo, come si accennava sopra, in quanto meno coeso, ma anche molto più vario quindi umorale, diversificato e fortemente orientato politicamente. Sì, perché nella scelta di questa “orchestra smantellata” che poi Radwan ha provveduto a ricomporre c’è molto dello smantellamento di buona parte della società mediorientale, dal Libano alla Palestina, e della speranza in una ritrovata coerenza, come lo stesso artista più volte ha rimarcato.
Limitatamente alla musica, come detto, nonostante una stretta coerenza di fondo, di momenti anche molto diversi vive questo album: tra i preferiti di chi scrive Tanto, che il contributo di Lucrecia Dalt trasforma in una sorta di preghiera notturna sensuale e oscura, Ana Lisan Wahad, con Farida Amadou e Pierre-Guy Blanchard che diviene un ethno-psych turbolento e rumoroso, e Qalaq 5, che con gli Oiseaux-Tempête si trasforma in un affresco rumoristico-pastorale tutto interferenze e pacificazione. C’è bisogno di queste musiche, ma fondamentalmente c’è bisogno di chi pensi alla musica non come intrattenimento, ma come denuncia, come riflessione, come promemoria per il passato e soprattutto per il futuro. Esattamente come sta facendo da anni Jerusalem In My Heart.
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