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Si dimostra credibile l’omaggio di Jean-Michel Jarre a Pierre Henry (uno dei padri fondatori dell’elettronica musicale, esponente di spicco della musique concrète e mentore del Nostro nel periodo – 1969-1971 – della sua militanza nel glorioso Groupe de Recherches Musicales). Credibile e tutto sommato godibile senza remore, accantonati i gigionismi piacioni che spesso hanno fatto capolino nella carriera dello scaltro francese classe 1948. Il titolo Oxymore furbamente gioca ancora una volta con la pietra miliare di metà anni Settanta (anche se delle melodie di Oxygène qui c’è solo l’ombra), in più segnalando retoricamente la contraddizione digitale-elettronica/analogico-acustica qui espressa in iper hi-fi a 360°. Da sempre Jarre ha cavalcato l’onda della tecnologia, e da qualche anno la sua attenzione è rivolta principalmente all’estensione del suono oltre la cara, vecchia, semplice stereofonia, purtroppo spesso flettendo solo i muscoli della potenza di calcolo delle macchine, replicando stilemi banali e ottundenti. Fortunatamente non in questa occasione.
Così come già nel precedente Amazônia (2021), sonorizzazione immersiva di una mostra fotografica itinerante di Salgado, in Oxymore ci sono poche concessioni all’ovvio: con la differenza che se là la foresta era impressionisticamente richiamata attraverso field recordings e sample naturali, qui è l’affastellamento di fonti, richiami, spunti disparati a costituire una vegetazione spesso inestricabile. L’ossimoro è nel movimento immobile di un suono che pur spaziando nelle tre dimensioni (dotarsi di cuffie di buon livello) non va da nessuna parte. Forse involontariamente, l’album diventa così la perfetta colonna sonora di questo presente incerto, che più che tendere ad un metaverso nato vecchio si scopre pieno di dubbi e si ripiega su se stesso.
Nella programmatica apertura di Agora la voce trasfigurata di Pierre Henry emerge tra sample reali, unico diretto riferimento alla poetica concrète del Maestro (che si riascolta in Zeitgeist). La traccia che dà il titolo all’album, Sonic Land, Sex In The Machine e Crystal Garden sono i brani che pagano più dazio agli stilemi da sound design, Neon Lips e Synthy Sisters pescano nella cassapanca di ricordi sonori di Zoolook, Animal Genesis gioca tra world e oltremondo, ma è con la marcia a strascico di Brutalism e la conclusiva Epica, tra dark techno e ambient massimalista, che Jarre pesca due jolly di fila. Settantaquattro primavere, ma ancora tanta voglia di inventare.
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