Recensioni

Non scopriamo oggi l’acume di marketing di Jean-Michel Jarre. Non sarebbe stato da lui perdere l’occasione del quarantesimo anniversario di Oxygène, clamorosa pietra miliare pubblicata il 2 dicembre 1976, «uno dei dischi più importanti della storia dell’elettronica non sperimentale» (dico io, ma non solo), per rilanciare con un terzo episodio uno dei cicli di vita più lunghi e soddisfacenti del mercato musicale, quasi vent’anni dopo Oxygène 7-13, la seconda parte uscita nel maggio del 1997, e quasi dieci anni dopo la rimasterizzazione dell’originale, accompagnata dal DVD Oxygène Live in Your Living Room (dicembre 2007). Il timing è perfetto, a pochi mesi dal secondo capitolo della rentrée all-star Electronica e poche settimane prima di Natale… Avete già pensato ai regali per i familiari? Per il papà sale e pepe ex fricchettone ora ingegnere civile, ammaliato negli anni Settanta dalle magie dei suoni elettronici pre-digitali, ecco il cofanetto Oxygene Trilogy. Ce n’è per tutte le tasche: la versione solo digital a € 18,99 (un po’ cheap e fuori target), il triplo CD in digipack a – più o meno – € 24,50 (di sicuro qualche ipermercato lo proporrà in offerta speciale) o il box da figurone (3 CD, 3 vinili e sciccoso coffee table book) a € 140. Pratica regalo-papà risolta.
Rimane irrisolto l’aspetto più propriamente musicale: Oxygene 3 (che perde definitivamente il francofono accento grave sulla prima “e”, fardello ingombrante nell’era dei digital media) è un album che assolutamente non aggiunge nulla al mito, anzi rischia di banalizzarne i risultati. Non basta la copertina, le sporadiche sventagliate di vento elettronico o il diretto richiamo nella pt.20 alla melodia che nella pt.6 chiudeva l’originale: al fascino che ancora oggi promana dal primo Oxygène, mirabile sintesi di passato e futuro, tra la tradizione musicale romantica sette-ottocentesca e la sua reinterpretazione attraverso suoni inauditi, si sostituisce un mondo desolante che rimanda all’EDM più trita, da guitti e da Guetta. Elettronica strumentale che passa via senza lasciare tracce, digitalmente impeccabile ma fuori tempo, lontana pure da qualsiasi retromania strangerthingsiana. Si dice spesso che i limiti rafforzino la creatività: in questo caso essersi data una deadline di sei settimane per realizzare l’album non sembra avere aiutato. L’effetto – magari voluto? – è piuttosto quello di spingere ad andare a riascoltare il capolavoro di quarant’anni fa. Rimane il fatto che se fossi a capo di una multinazionale, vorrei Jarre come Chief Marketing Officer globale.
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