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Dalla tv nascono, e dalle frequenze di una TV si mostrano per la prima volta. Sono creature che non hanno bisogno di un grembo materno, quelle di Saturday Night, ma di schermi e telecamere in azione. E chi non viene compreso, come Andy Kaufman, perché rigettato da un fragore di risate rimaste bloccate in gola, eccolo comparire da un’auto ferma nel traffico fuori dallo studio, muovendosi con fare incerto e naïf grazie al corpo di Nicholas Braun (Succession). Il resto è un conto alla rovescia di un sabato qualunque, dove la lucina di uno spettacolo in diretta può tramutarsi in inizio di un sogno, o finale di un incubo.

Siamo a New York; è l’11 ottobre del 1975 e negli studi della NBC tutto è pronto per lanciare un nuovo programma, il Saturday Night Live. Tutto, meno che i comici, gli autori, i tecnici del suono e delle luci. Insomma, più che pronto, forse è meglio dire che tutto è in sospeso, fermo in apnea in una gara di nuoto sincronizzato senza ritmo e armonia. E per enfatizzare il tratto adrenalinico di un tempo che scorre inesorabile, Jason Reitman (già regista di Juno e Ghostbusters: Legacy) affida all’imprevedibilità e immediatezza della ripresa la potenza del racconto. Pochi i raccordi di montaggio, solitamente sostituiti da panoramiche a schiaffo, movimenti improvvisi, o passaggi repentini da un primo piano all’altro. Il tutto mentre i secondi passano come macigni, le battute si dimenticano e altre si improvvisano.

Il piano sequenza del dietro le quinte è un sipario aperto su una confusione totalizzante; il tempo dello spettacolo sullo schermo che scorre all’unisono con quello vissuto in sala, è un abbraccio stritolante che prende e ingloba spettatori e personaggi in una sensazione straniante di angoscia mista ad adrenalina che fa battere il cuore, gasa lo spirito, e blocca gli sguardi nell’arco di novanta minuti. Novanta minuti che separano lo spettatore alla sua vita di sempre; novanta minuti che separano Lorne Michaels e il resto del cast alla prima puntata del Saturday Night Live. Novanta minuti in cui realtà vera, e realtà rimaneggiata dalla luce di proiezione, si mescolano in un viaggio incredibile tra l’arte dello spettacolo e un ritratto verista sulla paura delle proprie ambizioni. Perché bisogna sempre stare molto attenti a cosa si sogna; può capitare infatti che il desiderio diventi realtà e arrivi a durare anche cinquant’anni.

Saturday Night - Cast
Parte del cast di Saturday Night

Labirintico: ecco come si può riassumere Saturday Night. Gente che scappa, camerini che si svuotano e luci che si distruggono. Tutto mentre la cinepresa di Reitman corre veloce, sempre a inseguire i propri protagonisti, ancorandosi al corpo di Gabriel LaBelle (già apprezzato in The Fabelmans di Steven Spielberg) per poi distaccarsene così da perderlo, e poi ritrovarlo.  La sua macchina a mano si muove libera, rimarcando quella strana sensazione che vorrebbe Saturday Night come un’opera documentaristica piuttosto che di biografia romanzata. Con fare sottile, e minimalista, Reitman illude, cioè, il proprio pubblico non solo di assistere al making of del primo episodio dell’SNL, ma di esserne parte integrante, occhi che registrano, testimoni presenti sulla scena.

È quasi paradossale che quei palcoscenici che abbiamo imparato a conoscere a menadito nel corso dei decenni, vengano messi da parte, a favore di stanze di controllo, sale riunioni, camerini e un dietro le quinte lasciato in balia dello scorrere del caos. Perché nel mondo di Reitman il sonno della ragione non genera mostri, ma angoscia, paura, e quella scarica di adrenalina che ti fa sentire invincibile nello spazio di una battuta.

saturday night – una scena del backstage

Per quanto abile nel restituire novanta minuti di puro caos, a nulla varrebbe la regia di Reitman senza quella componente umana da cui tutta quella confusione prende vita. Dal Lorne Michaels di LaBelle al Dan Aykroyd di Dylan ‘Brien fino a un Matt Wood capace di riportare in vita nell’aspetto e nella complessità umorale John Belushi, ogni interprete sulla scena si fa tessera di un puzzle di comici svestiti della propria vena comica per vivere di pura insicurezza. Sembrano istantanee incarnate in nuovi corpi, dai volti e gesti così identici a quelli originali, i personaggi di Saturday Night. Senza forzature, ma con una naturalezza sorprendente, il film di Reitman si fa allora macchina del tempo azionata nel presente per riportare in vita il passato.

Vi è un istante, pochi secondi, in cui della vernice rosse ricopre per sbaglio il volto di Michaels. Poteva e doveva essere un presagio di sventura, l’annuncio simbolico di un massacro, ma la storia ha raccontato una versione diversa da quella auspicata dai patron dello studio, restii a puntare sul talento di giovani autori. Eppure, quella puntata così tanto attesa, e preparata, non verrà mai mostrata. Inizierà quando il film che la racconta finirà. Non verrà mai mostrata perché non ne ha bisogno: è parte della storia della televisione, quella che conta, quella che vince, quella che viene celebrata in trionfo con foglie di alloro, e non da vernice rossa.

Tutto è tangibile, percepibile nel mondo di Saturday Night. Non è solo un omaggio a quel celebre microcosmo di risate, parodie e puro intrattenimento, ma un saggio umano scritto con l’inchiostro di riprese, ralenti, raccordi di un montaggio sonoro parlante (anzi, urlante) che ripete con la forza delle note l’emotività predominante sulla scena. Non ha guardato l’America negli occhi, il Saturday Night Live, le ha letto direttamente l’anima, cogliendone vizi e virtù per tradurli in umorismo sadico, sketch eterni, in un’ilarità continua racchiusa prima da Reitman in novanta minuti, e poi lasciata vivere per oltre cinquant’anni.

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