Recensioni

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Chi si ricorda la prima metà degli anni Dieci? Un’epoca vicina ma parrebbe già rimossa dalla memoria. Sarà per tutto quello che è successo da allora, per la maggior parte catastrofico (in senso extra-musicale, intendiamo), sarà il side effect delle modalità di ascolto contemporaneo per cui non ci ricordiamo più neanche cosa sentivamo una settimana fa figuriamoci nel 2012. Oppure, chi lo sa, potrebbe essere che quello che sembrava il non plus ultra della contemporaneità, almeno per quanto riguarda il rock alternativo, non abbia retto allo scorrere del tempo. Anche per questo l’ascolto dell’ultimo album – ultimo in tutti i sensi – dei Japandroids fa uno strano effetto. Malinconia mista a un educato sbadiglio, dispiacere per la fine di una storia inizialmente interessante seguito da uno scrollata di spalle. Brian King e David Prowse hanno scelto amichevolmente di separare le loro strade? E va beh, pazienza.

Sarebbe stato bello un addio tutto fuoco e fiamme, che ripescasse il pathos abrasivo degli esordi. Oppure, all’estremo opposto, un qualcosa di folle o sperimentale che non c’entrasse niente con quello che i Japandroids sono stati, un po’ sberleffo e un po’ dimostrazione in extremis di potenzialità destinate a rimanere inespresse. Niente di tutto questo, ahinoi. Fate & Alcohol, arrivato un po’ a sorpresa quando si pensava che i due canadesi avessero già avviato da un po’ le pratiche di separazione, suona prevedibile dall’inizio alla fine. Il che è persino peggio che “svogliato”, perché onestamente l’energia e la voglia di lasciare ancora un segno ci sono. È solo che le canzoni, a partire dall’iniziale Eye Contact High, non graffiano, si susseguono una simile all’altra procedendo sui binari che ti aspetti: chitarrone distorto, riff scartavetrati da indie anni ’90, batteria fragorosa, voce troppo alta nel mix che parla di sogni infranti, romanticismo da bar, rapporti problematici con le donne, far casino con gli amici, scolarsi l’ennesima birra della serata sperando di trovarci una rivelazione.

Per certi versi i Japandroids avrebbero potuto essere l‘equivalente rock’n’roll degli Arab Strap, almeno tematicamente. Peccato che i testi non li scriva Aidan Moffat e siano pieni di cliché. Gli “yeaahh” e i “fuck” non bastano a sostenere una poetica già fragile in partenza. E non basta neanche citare velatamente Dylan (nel titolo di Positively 34th Street) e tentare l’approccio “feedback più acustica” per redimere una ballata già sentita mille volte. A proposito di già sentito: probabilmente l’analogia verrà in mente solo a chi ha una certa età, ma è incredibile quanto spesso vengano in mente i Buffalo Tom. Il che non è un male, in assoluto, ma per i Japandroids sembra un vestito troppo largo. E anche qui, purtroppo, le canzoni non sono esattamente le stesse.

Alla fine, più che noiosi sembrano annoiati. Come se questo ultimo atto fosse un obbligo da togliersi, e poi non pensarci più. Quanto di più distante dalla spavalderia giovane e dalla frenesia ipercinetica di dischi come Post-Nothing e Celebration Rock, quando i Japandroids rappresentavano insieme a band come Cloud Nothings, Wavves e The Men una stuzzicante ipotesi di futuro per il rock’n’roll, che avrebbe potuto magari salvarsi la vita mescolando noise e passionalità emo-core. Non è successo. E così oggi King e Prowse salutano con l’ennesima foto in bianco e nero in copertina, e lo sguardo rassegnato dei due dice già tutto. Grazie per i ricordi, ma bastava anche una cartolina.

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