Recensioni

7.3

Quattro anni possono essere tanti, se suoni rock. È noioso ribadirlo, ma questo è un genere che ha perso il proprio appeal su molti ascoltatori odierni e sulla maggioranza delle giovani generazioni. Onestamente, non abbiamo numeri alla mano per dimostrarlo: dobbiamo basarci su un comune sentire, sulle facce ai concerti, sui numeri che genera a livello di classifiche oggi, su una storiografia musicale abbastanza netta sull’argomento. La cosa ironica, se ci pensate, è poi come negli ultimi anni il rock abbia sempre più cercato di essere pulito nell’immagine quanto più la sua chiesa si andava svuotando di adepti.

Quattro anni possono essere tanti: ogni giorno in più è dunque il modo migliore per farsi dimenticare, travolti dalla miriade di pubblicazioni della discografia mondiale odierna. Ma immaginate per un attimo di eliminare questa problematica e di fare finta di essere un alieno che approda sul nostro pianeta e deve indicare una band che identifichi il genere oggi. Io credo che citerei i Japandroids, perché in loro c’è gran parte di ciò che questo genere ha prodotto nella sua gloriosa storia (per dirla con un disco della band, Celebration Rock!). Al di là dei discorsi di cui sopra, c’è in questo duo ancora una credibilità non macchiettistica nonostante i temi toccati: il romanticismo, l’eterno movimento nordamericano della conquista dello spazio vs. il ritorno a casa, lo Springsteen tra delusione ed epica di Darkness At The Edge Of Town (guardate com’è vestito Brian King nelle foto promozionali e nella copertina). È un equilibrio che ha del miracoloso. La cosa davvero coraggiosa dei Japandroids è che, dotati della capacità di songwriting che un Dave Grohl non avrà mai, provano a fare qualcosa che quasi nessuno oggi si spinge a fare: scrivere inni. Certo, è il tentativo di raggiungere empirei emotivi da cui, se non arrivi, ancor più rovinosa è la caduta. Ma questo rende più interessante il peso storico che queste canzoni – otto per la precisione – si portano sul groppone.

Rispetto ai dischi precedenti, minori sono il furore e la velocità, maggiore è la personalità: davvero questo è il suono dei Japandroids. Non innovativo, ma unico. Una forma che pare pulita, ma gronda passione e grinta: Brian King e David Prowse suonano rock da stadio per uno stadio vuoto. Non ci sono persone, ma la potenza è la stessa. È una musica che cerca di entrare nelle radio, ma ormai è tardi per farci soldi. Che prova a re-immaginare le corse automobilistiche lungo le badland un attimo prima che vengano sostituite da macchine solari guidate da robot. La musica di questa band è un atto d’amore per qualcosa che ha cullato gran parte di noi e che potrebbe perdere un altro po’ di spazio nell’immaginario collettivo di domani. Ma lo fa liberandoci dell’ansia di dover per forza pensare alla retromania, ed è talmente forte e delicata nei confronti del proprio oggetto d’amore da essere una vera e propria manovra di alleggerimento. È Elvis oggi, nonostante ai concerti rock nessuno più muova il bacino.

A parte I’m Sorry (For Not Finding You Sooner), distorta ma senza il senso di afflizione romantica che vorrebbe trasmettere (una cosa che, ad esempio, con le chitarre urlanti riusciva ai R.E.M. di Monster), Near To The Wild Life of Life regala momenti che coniugano cantabilità e trasporto emotivo, sempre sul punto di cadere nel patetico, non cadendoci mai, nell’alveo di un garage/noise rock dove l’accento è sempre più sul rock. E regalando perle come la title track (con quel ritornello college/alternative da chiamata alle armi: questa band difficilmente sbaglia le aperture di disco) dal lato degli assalti e True Love And A Free Life Of Free Will – per usare un titolo del genere, o sei la persona più ingenua del mondo o la più pura: quando arriva quel ritornello, capisci quale delle due parti ha presa sulla cosa. Una vera panacea contro il cinismo.

I Japandroids sono usciti definitivamente dal punk-indie dei colleghi Cloud Nothings mantenendo la pesantezza, e guardando ai Cymbals Eat Guitars per gli incastri strumentali – benché più semplici – hanno cominciato ad ampliare i proprio orizzonti (i Fuck Buttons umanizzati e da stadio ad andamento panzer di Arc Of Bar), non dimenticandosi i numeri dei dischi precedenti (il modo in cui entrano le chitarre negli stop’n’go dell’epidermica Midnight To Morning), arrivando fino ad un’idea spirituale (In A Body Like A Grave) che non sarà profonda come dovrebbe, ma fa il suo lavoro: chiudere un ottimo disco, consegnarci una band in formissima e ridarci non la speranza ma l’orgoglio di far parte della chiesa di questa musica che continua a morire divertendo.

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