Recensioni

Sarà forse un caso, ma il disco più pop – va da sé, in senso lato – della produzione di Jane Weaver è anche quello da cui emergono le influenze stilistiche più numerose. Nel senso che, anche se non siete dei mancati freak in fissa con il krautrock tedesco o estimatori degli Stereolab come il sottoscritto, troverete in questo Flock motivi per gioire senza troppi retropensieri e per considerare la musicista per quello che è: una bravissima a far sembrare semplice quello che semplice non è.
C’è da dire che il Modern Kosmology di qualche anno fa l’ha decisamente sdoganata e forse anche liberata dai preconcetti di una carriera fino al quel punto non certo sotto i riflettori o sulle prime pagine dei magazine di settore. E così la Nostra oggi si permette di far rientrare dentro quei confini labili che abbiamo imparato a conoscere a menadito – il già citato krautrock, un cantato che ha la grazia del folk britannico altezza Fairport Convention è l’insondabilità di una Cate Le Bon (Sunset Dreams), una musica sognante annegata nei sintetizzatori e nei riverberi – una collezione di influenze che mescola abilmente le carte senza stravolgere nulla.
E questa è forse anche la virtù maggiore di Flock. Se Heartlow in fondo ha la funzione di rassicurare i fan, con quel minimalismo iniziale pronto a spiccare il volo verso una psichedelia vaporosa e coloratissima, le sorprese maggiori arrivano col funk cibernetico à la St. Vincent virato Prince della successiva The Revolution Of Super Visions, che nel ritornello sembra citare persino il marchio Goldfrapp altezza Seventh Tree. I Moloko avrebbero forse apprezzato invece il beat in odore di Blondie di Stages Of Phases, mentre Modern Reputation gioca con linee vocali Broadcast senza farsi male e la title track si inventa un groove in breakbeat che è un viaggio interstellare molto intrigante, tra pause e ripartenze. Il resto va classificato alla voce drum machine analogiche (All The Thing You Do), ritmiche in loop su funk ammollati nell’LSD (Pyramid Schemes) e improbabili brani disco riportati a casa dai sintetizzatori e da una linea melodica che potrebbe essere – inaspettatamente – quella di una Kylie Minogue (Solarised).
Sorpresi, rassicurati o delusi, a fine ascolto? Nessuna delle tre, ma un generale senso di piacere un po’ paraculo lo si prova, procurato probabilmente da una familiarità di fondo con i suoni che si ascoltano e dalla bravura che dimostra Jane Weaver nel mixarli e farli propri. All’estero si leggono trionfalismi forse anche eccessivi su questo disco, ma quel che è certo è che la musicista inglese al momento può fare quel che vuole, e tutte le ciambelle le riescono col buco. Tanto di cappello.
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