Recensioni

Atto primo di tre dischi concepiti in pandemia, Renaissance è la storia di una rinascita. Non quella personale di Beyoncé, però. Che pure avrebbe avuto gioco facile, visto che il suo ultimo lavoro discografico fu Lemonade, resoconto amaro del tradimento del marito. No, nemmeno quella rinascita che il singolo Break My Soul lasciava intuire. Che sapeva più di ritorno alle origini, a un suono dai sapori più radiofonici, come a superare a destra l’esperienza dell’album eponimo del 2013 e del suddetto Lemonade. Ovvero dei due album più fluidi dell’artista texana, che l’hanno fatta apprezzare anche a un pubblico che fino a quel momento aveva storto il naso, bollando il suo stile come roba da ragazzi o, al massimo, a uso e consumo esclusivo delle classifiche. Bey, negli anni, si è destreggiata bene. Quasi a raggiungere il rango di intoccabile. A differenza di Madonna, che a un certo punto ha perso il suo estro, preferendo seguire piuttosto che trainare, o di Prince, che da qualche parte è diventato troppo astruso e sperimentale per i suoi fan più pigri, Beyoncé ha mantenuto intatto l’equilibrio fra ricerca, sperimentazione e audacia. Non dimenticando che il suo ruolo di mega pop star è quello di lanciare i trend, costruire nuove fondamenta e, soprattutto sfornare singoloni.
Insomma, la rinascita di Renaissance è del tutto inaspettata. Un viaggio alla (ri)scoperta e riappropriazione di disco, house e techno dai 70s ai giorni nostri. Generi che, per pigrizia o convinzione, fino ad oggi sono stati etichettati come prevalentemente bianchi. Beyoncé prova a ridargli lo smalto afro, l’euforia genuina, la carnalità che avevano in origine. Il Rinascimento del titolo è quello di un modo di fare musica più spensierato, escapista, libero «dal perfezionismo e dal pensiero eccessivo». Una rielaborazione contemporanea in cui poter gridare, cantare e soprattutto ballare come diavolo si vuole. E in Renaissance si balla dalla prima all’ultima traccia. Un po’ come ci ha mostrato Drake (con risultati incerti) nell’ultimo Honestly, Nevermind o Charli XCX in Crash, dancehall, 4/4, casse dritte e piglio da spiaggia sono la nuova frontiera per il successo planetario. Ma Queen Bey non segue, imposta. E l’ora di musica che segue, suddivisa in 16 brani a stento distinguibili l’uno dall’altro, va giù come un bicchiere d’acqua. Senza particolari scossoni.
Un DJ set da sfilata di moda. Un tuffo nel mondo ballroom sulla scia di Vogue di Madonna (punto zero di tutto questo disco). Ma soprattutto alla maniera di Ru Paul’s Drag Race, Pose e tutta la cultura queer afro-latina che fra 80s e 90s circola nei sotterranei dei club newyorkesi. Non a caso il disco è un omaggio allo zio Johnny, morto di AIDS anni or sono e le cui passioni musicali hanno ispirato le atmosfere di questo lavoro. Cambio di rotta e cambio di marketing, quindi, rispetto ai due precedenti. Niente visual-album, niente release a sorpresa, niente esclusiva su questa o quella piattaforma. Renaissance, al netto di qualche infedele fan che ha leakato l’album in anticipo e di una cover story su Vogue (roba che anche le nonne possono trovare interessante), è vecchio stile. Fiero e autorevole, mostra la regina del pop contemporaneo su un cavallo fiabesco. L’incantesimo comincia anche dalla sensazione di empowering che lo stesso visual offre.
L’old school di Renaissance sta tutta nella sua atmosfera suadente. Pezzi da intenditori, nessuna chicca, ma un manipolo di ballate uptempo o cavalcate avanguardiste. A volte sembra di ascoltare una collezione di b-sides, un melodioso basso profilo che scorre orgoglioso lungo tutta la durata. Mica male per una che tirò fuori Love on Top solo per sfoderare le proprie doti tecniche. Deep house, Afro-Beat, gqom e groove boogie sono il nuovo pane per i denti della diva. Impossibile estrapolare un pezzo dalla tracklist senza far perdere d’intensità all’intero disco. Croce e delizia di questo disco nel quale non spiccano i pezzi, ma ha materiale interessante in ogni traccia. Bisogna solo stargli dietro. O dare uno sguardo alla squadra che l’ha concepito.
Nile Rogers mette mano a Cuff It (il probabile prossimo singolo) e si viaggia in zona funky sbarazzino e disco-groove spensierato. La transizione in Energy è liscia come l’olio; qui Skrillex inaugura il filone tribale, carnale di Renaissance, che riceve dal rapper jamaicano Beam un aiuto non indifferente. Un rap fra world e progressive hip hop che non starebbe male nel catalogo di M.I.A. Ancora più agevole è il passaggio a Break My Soul, un singolo che non incendia le piste da ballo, ma il cui ritmo è decisamente contagioso. Il suo piglio dance, da manuale scolastico (in senso assolutamente positivo), è curato da Tricky Stewart e The Dream, due che sanno il fatto loro in materia di hit discografiche. Rimane la nota più alta (dal punto di vista radiofonico) del disco. L’anima di Bey non scompare. Church Girl passa repentinamente da gospel indorato a rap slabbrato, con la diva (e la produzione schizoide di No.I.D.) a far convivere sacro e profano, spronando ragazze di chiesa e bad girlz a scuotere il didietro come se fossero tutte ragazze del Sud.
La roba forte arriva alla fine, dopo aver attraversato trap turbinosa (Cozy), house un po’ sbruffona (Alien Superstar), Jersey Club e New Jack Swing (All Up in Your Mind). Virgo’s Groove sono sei minuti di disco-funk in cui basso slappato, synth ariosi e la produzione soul di Leven Kali fanno la differenza. Riff vocali e battimani up-tempo a parte, è uno dei brani più interessanti del disco. Manco a dirlo, scivola perfettamente nelle successive Move (in cui Grace Jones presta parti vocali e impatto focoso, autorevole, urticante), Thique (un pruriginoso progressive R’n’B dal respiro spezzato) e Pure/Honey (spugnoso e sensuale piglio ballroom). Chiude il discorso Summer Renaissance, che usa un campione di I Feel Love di Donna Summer, le percussioni di Sheila E. e Mike Dean e la produzione di Giorgio Moroder. Suggella un discorso rétro dal sapore estremamente romantico. In fondo è estate. E Renaissance suona come la colonna sonora ideale per la calda e focosa stagione.
Beyoncé ha raggiunto il rango di intoccabile. Difficile trovare qualcuno che ne evidenzi i punti deboli. Eppure, Renaissance, in tutta la sua gloria, non è un album perfetto. Al punto che viene da chiedersi che senso abbia assodare quest’Olimpo di divinità della house e della techno se – alla fine di tutto – mancano i pezzi che ti devono riempire le piste da ballo. Ben venga l’omaggio alla cultura dance ricoperto da una patina più intellettuale e ricercata, ma è innegabile che mancano i singoloni. Che sono la materia prima di un disco pop. Per cui, per apprezzare veramente Renaissance, bisogna prenderlo da un’altra prospettiva. Una che ne denoti l’architettura, la ricerca, lo stile, l’originalità. E, soprattutto, la crescita personale dell’artista (e del suo team) che l’ha prodotto. Una che non si adagia mai sugli allori e non ha paura di mettersi in gioco ad ogni nuova pagina della sua imperturbabile carriera.
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