Recensioni

Dalla teoria del tutto alla teoria del qualunque cosa, la strada è breve. Jamie Treays, fin dai suoi esordi si è nutrito di un approccio nostalgico e ha indossato la divisa del comunicatore di verità. Qualunque essa sia. Dall’invettiva politica ai personaggi che si muovono sullo sfondo urbano, dalla magniloquenza di Londra alle sue stesse contraddizioni. Il tutto in una formula evocativa che odora di lattine di birra a buon mercato, pavimenti appiccicosi e sfottò etilico. Si scrive cantautorato intelligente, si legge indie-rock.
The Theory of Whatever, il quinto album di Jamie T, con 13 variegati brani in scaletta, arriva quasi a sei anni dal precedente. Sei anni in cui lo stato di salute mentale dell’artista di Wimbledon è stato decisamente altalenante, mentre il mondo dell’indie rock si sperperava le sue conquiste e si perdeva nei labirinti prodotti dai social e da internet. Jamie T è sempre stato estraneo a tutto questo, preferendo rimanere riservato e concedersi molto poco. Il titolo del nuovo disco sembra dichiararne gli intenti. Un sereno, disinteressato, imperturbato, indifferente dito medio a tutte le dinamiche sociali, politiche e musicali che gli stanno intorno. Distacco come forma di protezione dalle proprie insicurezze. Non una formula nuova, ma la penna di Jamie T ha decisamente il tratto tagliente per farla apparire una spanna sopra ai suoi imitatori.
La novità di questo nuovo lavoro sta nell’approccio più libero/liberatorio, fuori dai suoi canoni convenzionali. Piuttosto che adagiarsi sulla formula DIY e garage-hop di brani come Sheila o Sticks N Stones, Jamie esplora soluzioni diverse (anche molto distanti, come nel pop-punk di A Million & One More Way To Die o l’uptempo plastico e chitarroso di Between The Rocks) senza disdegnare gli anthem decomposti, fra Streets e Gorillaz, che l’hanno reso famoso (The Old Style Raiders, The Terror of Lambeth Love).
Prodotto da Hugo White dei Maccabees, l’album alterna momenti sperimentali (il rap di Keying Lamborghini, il folk di St. George Wharf Tower) a brani più tradizionali (Sabre Tooth, Talk is Cheap). 90s Car gioca con l’effetto nostalgia, portando il cantato dalle parti di un Joe Strummer navigato, mentre British Hell piglia allo stomaco con il suo ping pong di barre rap e chitarroni rock. Fa parte di quei pezzi né carne ne pesce (come anche Thank You o Old Republican) che sono la debolezza dell’album. Per il resto, è un ritorno atteso e più che dignitoso.
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