Recensioni

A soli tre anni dal flop (commerciale, non artistico) di Ad Astra, James Gray torna nelle sale con Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse, storia di formazione ambientata in un’epoca spartiacque per la storia americana e contemporaneamente anche per l’evoluzione (o involuzione) della storia del cinema a stelle e strisce. Si tratta ancora una volta di un ritorno ai temi che stanno più a cuore al regista, come il rapporto tra padri e figli, l’apertura alla crescita e al cambiamento personale, la capacità di sognare e superare le proprie debolezze, nonostante gli ostacoli della società.

James Gray non è un regista come tutti gli altri. Quasi mai nel panorama hollywoodiano capita di incappare in una serie di pesanti flop e ogni volta riuscire a trovare i finanziatori necessari a produrre il film successivo (i clamorosi flop al box-office di C’era una volta a New York, Civiltà perduta e Ad Astra non mentono), eppure ha (quasi) sempre avuto carta bianca sul tipo di storie che voleva raccontare, guadagnandosi giustamente i complimenti di quella parte della critica, sottoscritto compreso, che lo considera uno degli ultimi esponenti di quel nuovo cinema americano nato all’inizio degli anni ’90 e che lo vede insieme a Quentin Tarantino e Paul Thomas Anderson tra i suoi esponenti più illustri.

Tornando a un minimalismo essenziale che lo riporta dritto agli anni del meraviglioso Two Lovers, con Armageddon Time – Il tempo dell’apocalisse, Gray racconta un momento cruciale non solo per l’America ma anche per le sorti di quell’american dream continuamente sbandierato e condotto alla sua estrema illusorietà preconfezionata nel periodo immediatamente successivo, gonfiato a mo’ di steroidi nell’era della presidenza Reagan (e la conseguente esplosione di propaganda nel cinema mainstream).

A cavallo tra il 1980 e il 1981 (tra l’altro lo stesso frangente ricostruito nel Joker di Todd Phillips), Paul Graff deve affrontare il passaggio dall’infanzia all’adolescenza rendendosi conto che la realtà e le responsabilità che ogni giorno vengono affrontate dai genitori non corrispondono a quel mondo magico e pieno di possibilità che aveva sempre sognato. La sua ambizione nel diventare un artista è costantemente minata alla base non solo dai discorsi del padre (che lo vorrebbe vedere un giorno con un lavoro stabile e affidabile) ma anche dalle rivelazioni del nonno (un formidabile Anthony Hopkins), che pur incoraggiandolo è anche consapevole che la partita è sempre “truccata”.

C’è molto dell’infanzia dello stesso James Gray in Paul, anche lui ebreo di origini ucraine nato e cresciuto a New York, ma prima ancora che essere un film profondamente autobiografico, e allo stesso modo del collega PT Anderson in Licorice Pizza, il suo Armageddon Time è un film politico a tutti gli effetti, capace di srotolare il velo di illusioni che nasconde la verità, ovvero quelle ripercussioni che Paul, così come l’amico afroamericano Johnny sono costretti ad affrontare giorno per giorno rimettendo in discussione quei sogni che i figli della Kew-Forest School – identificata nello strapotere della famiglia Trump – si impegnerà a distruggere. È anche, tuttavia, un film pieno di speranza, come sempre riversate nelle giovani generazioni chiamate a immaginare un futuro, libero dal gioco di regole traballanti fissate dagli adulti.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette