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La saga di Avatar è per James Cameron una piattaforma immaginativa dove costruire un mondo volutamente separato dal cinema “terrestre”, sul quale sviluppare il proprio pensiero artistico e, di conseguenza, politico. Uno dei livelli della macro-sceneggiatura dell’annunciata pentalogia riguarda l’ingresso su Pandora — che poi pianeta non è — e il suo successivo scandagliamento antropologico, geografico e naturalistico. Questa dichiarazione d’intenti, quella di essere creatore e non esecutore, Cameron l’ha posta alla base del suo universo sedici anni fa, ribadendola costantemente, anche oggi, in un momento storico in cui il cinema è dominato dalla colonizzazione dello streaming e dall’omologazione tout court.
Avatar – Fuoco e cenere conferma questa visione, presentandosi come un nuovo capitolo all’insegna della vertigine cinematografica, della meraviglia e della capacità del cinema di creare immagini stupefacenti e ineffabili. Un porto sicuro a cui gli spettatori possono tornare, un pilastro in mezzo a una tempesta sempre più angosciante, la cui forza sta nella capacità di abbracciarla e raccontarla.

Se da una parte la saga nasce con presupposti ideologici cristallizzati — sia nell’approccio al cinema sia nello spirito anticoloniale e iper-ambientalista, che considera la transizione verso un’altra forma di visione e di coscienza una necessità quasi ancestrale per l’umanità — essa è, per scelta editoriale e forse anche per imposizioni produttive, sempre in fase di riscrittura. Pandora non è la Terra, eppure della Terra parla.
Il terzo capitolo è un film di guerra, il cui titolo, Fuoco e cenere, sottolinea la natura ciclica del conflitto: come ricorda lo stesso regista, dalla cenere nasce il fuoco, che però tornerà ad essere cenere. Personaggio centrale è Varang (Oona Chaplin), la strega guerriera a capo del Popolo della Cenere, un clan di Na’vi che ha voltato le spalle a Eywa, perché ella ha voltato per prima le spalle a loro, condannandoli alla povertà e all’esclusione.

Varang è il fuoco che nasce dalla cenere, personificazione della follia bellicista, l’esatto contrario dell’atto della visione — leitmotiv degli abitanti di Pandora e fondamento di un’idea possibile di futuro e di relazione con l’altro — e per questo affine alla miopia del colonnello Quaritch (Stephen Lang). Abbandonarsi a questa deriva diventa un atto di crudeltà verso il mondo, che sarà costretto a farne i conti, anche se pacifista e interessato ad altro.
Avatar – Fuoco e cenere diventa così violento, tenebroso e volutamente distante dalla spinta verso il futuro dei capitoli precedenti, riprendendo alcuni temi già affrontati e spostando il cuore concettuale verso una dimensione privata e familiare. Sotto il lutto che la guerra porta con sé, le miserie, la diffidenza e l’ostilità che minacciano anche i legami più stretti, la pellicola continua la sua missione di inclusione.

Personaggio chiave è Spider (Jack Champion), figlio acquisito della famiglia di Jake Sully (Sam Worthington) e suo erede come “uomo del cielo”, amato dagli indigeni ma odiato da Neytiri (Zoe Saldana). La sua parabola — annunciata nel finale del capitolo precedente — rappresenta un punto di snodo cruciale nel discorso di commistione tra razze e punti di vista, che in questo film si intreccia con quella dell’altro simbolo del messaggio politico della saga, la piccola Kiri (Sigourney Weaver).
In sostanza, Avatar – Fuoco e cenere chiude un dittico speculare, raccontando un momento di snodo tragico del mondo reale, in cui la prospettiva futura è offuscata da ombre minacciose. È il momento della crisi e delle scelte difficili: quando si rischia di perdersi, il vero coraggio consiste nel fermarsi, superare l’odio e vedere con gli occhi dell’altro.
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