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Secondo la descrizione presente sul sito ufficiale, Hit Me Hard and Soft, terzo album di Billie Eilish in collaborazione col fratello Finneas O’Connell (co-autore e co-produttore), vorrebbe colpirti con forza e delicatezza sia sul piano dei testi che su quello sonoro, “piegando i generi e sfidando trend musicali”. Numerosi i cartelloni pubblicitari e manifesti in tutto il mondo ad annunciarne l’uscita ma nessun singolo a precederlo. Si tratta, a parer suo, di un lavoro “da ascoltare tutto d’un fiato, nella sua complessità”.
A conti fatti è un disco di canzoni piuttosto vario negli arrangiamenti, un lavoro a trazione alt-pop che penetra in profondità con slancio lieve, delineando deliziosi affreschi generazionali; un percorso distinto e ben distinguibile da quello intrapreso da altre starlette pop a partire da un afflato compositivo che mira, almeno in apparenza, alla sincerità.
D’altro canto, Billie Eilish è sempre stata, sin dai suoi esordi, in grado di attirare un pubblico vasto ma in qualche modo meno casuale rispetto, ad esempio, a una Taylor Swift o a una Rosalía, giusto per fare un paio di nomi. Con Hit Me Hard and Soft si propone di tornare all’essenziale, il che si riflette anche nei testi, che sembrano quasi scritti di getto – il che non è necessariamente un pregio, anzi. Le strofe banali non mancano, così come le rime baciate ingabbiano un racconto che necessitava di maggiore slancio nel descrivere la nuova vita della cantante, tra relazioni che si chiudono (quella col cantante Jesse Rutherford) e il coming out fatto lo scorso novembre durante un’intervista a Vanity Fair. Eilish ha ammesso, dandolo quasi per scontato, di avere una forte connessione con le donne e di esserne anche fisicamente attratta. Di essere, quindi, a tutti gli effetti un membro della comunità queer, affermazioni poi ribadite e – “ufficializzate” – nella cover story di Rolling Stone.
Un disco di ripartenza dunque, che con gli anni formativi della sua autrice ha molto a che fare a partire dalla saffica Lunch, singolo/video che nel rifar verso e maquillage ad una sua celebre hit (Bad Guy) si ricollega – come han notato i tipi di Pitchfork – a certi Black Keys e ad ancor più dimenticabili canzoncine folk pop anni ’10.
Con qualche semplificazione, la giovane cantautrice apprende e fa propria la lezione di Lana del Rey “senza la quale non sarebbe qui” (le due hanno condiviso il palco nell’ultimo Coachella), guarda timidamente all’indietronica della prima Lorde e ai racconti giovanili di Charli XCX. Di converso le sofisticatezze jazz del precedente Happier Than Ever non sono completamente sparite ma anzi ben s’incastrano ai variegati arrangiamenti, alle pose r&b e ai ricami hyper pop. Particolarmente riuscito in questo senso è un brano di cui la stessa Eilish ha speso belle parole da Zane Lowe affermando che registrarla sia stato uno dei momenti più belli della sua intera gestazione. È Chihiro, un pezzo che intinge nel blu della copertina del disco spezie funk e witch house (dal lato di Alice Glass) schiumandole in un cosmico build up alle tastiere. Bene anche Bittersuite, ambiziosa suite in tre parti dalle sfumature bossanova e hip hop, nonché la coraggiosa L’amour de ma vie, capace di destreggiarsi tra croonerismi vintage e l’elettropop più febbricitante con la medesima sfacciataggine.
Vicine alla forma canzone tradizionale The Greatest, che riprende il sound design del disco precedente, e Birds Of Feather, che richiama la Taylor Swift di Evermore; tonalità più scure caratterizzano invece The Diner – che non avrebbe sfigurato in un album di Melanie Martinez – episodio cabaret in cui Eilish assume la prospettiva di un suo stalker, e la conclusiva Blue, dal sapore cinematografico, una rielaborazione di due inediti (True Blue, scritta quando la cantautrice e Finneas avevano rispettivamente quattordici e diciotto anni, e Born Blue, scartata dal secondo album Happier Than Ever).
Muovendosi con indolenza tra delicato intimismo, umori massimalisti rubati all’hyperpop e desiderio di trascenderne i canoni, Eilish e Finneas portano a casa un lavoro coeso e ambizioso, che ci fa quasi tornare agli anni gloriosi del tumblr pop, cui evidentemente s’ispira. C’è del lavoro da fare per abbracciare una visione ancor più coraggiosa, matura e sperimentale, ma è bello sentire che qualcosa si muove, finalmente, nel grembo della musica pop.
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