Recensioni

La musica ha anche una componente umorale a renderla – vivaddio! – una scienza inesatta: su un determinato disco ascoltato in un certo momento piuttosto che in un altro o su un determinato concerto visto una sera piuttosto che un’altra possono influire tanti di quei fattori, anche personali, che il giudizio che ne diamo è spesso condizionato da una soggettività che raramente opere ed eventi riescono a scardinare mettendo tutti d’accordo.
Questo per dire che un album così zeppo di sonorità stranote, dai codici essenziali e accessibili come All The Colours Of You, un po’ devi anche essere bendisposto nel recepirlo, e se magari quel giorno ti rode per qualche motivo, rischi di cassarlo dopo una passata perdendoti qualcosa di buono. Perché fortunatamente parliamo di un disco che ti deve essere capitato qualcosa di estremamente antipatico per non apprezzarlo. Intanto per il fatto che i mitici James quelle sonorità le hanno inventate: coevi di Cure, Smiths e New Order (del resto, come questi ultimi due, vengono anche loro da Manchester), furono tra i tanti padrini di quello che comunemente chiamiamo britpop, per cui non ci si stupisca se una ZERO ricorda da vicino High And Dry, magari rimasticata da Verve e Oasis in un’ipotetica liaison, o se una Miss America rimembra certe ballate dei primi Placebo.
Già il fatto che a produrre questo loro quindicesimo capitolo in studio – che giunge a tre anni di distanza dal precedente Living in Extraordinary Times – Tim Booth e soci abbiano chiamato Jacknife Lee la dice lunga sulle intenzioni di partenza. Un lavoro che sembra uscito nel 2004 o 2005 e che starebbe benissimo a fare da chioccia ai titoli di quegli anni dei vari Coldplay, Killers, Keane, Snow Patrol e tantissimi altri. Resta però che è uscito oggi e una roba del genere devi avere gli attributi per farla nel 2021. Con una naturalezza impressionante, i James suonano credibilissimi e pur senza strafare sciorinano undici brani, alcuni dei quali in altri tempi sarebbero stati rubricati alla voce “inni”, da Wherever It Takes Us che rimanda al piglio urban/intellectual/synth dei Talking Heads a Recover, che recupera certi vellutati downtempo in stile Depeche Mode, a Beautiful Beaches e la title-track, entrambe in odore di U2 (la prima in particolare somiglia parecchio alla quasi omonima Beautiful Day) ma senza vergognarsene, ché guilty pleasure farà pure figo ma il più delle volte è espressione da sciattoni che non sanno di che parlano.
Ma che i James abbiano una loro cifra è perfino superfluo rimarcarlo. Se si ascoltano le loro cose migliori, quelle cioè fatte a cavallo tra anni ’80 e ’90, ci si rende conto di quanto avrebbero meritato perlomeno la stessa popolarità dei summenzionati Cure, tanto per dire. E il mestiere non li ha mai abbandonati, permettendogli di profondere ispirazione a beneficio di altri ma allo stesso assorbire lo spirito dei tempi correnti e rielaborarlo in chiave personale. Per dire, se esistesse una giustizia, un gioiellino pop dagli aromi tardi Eighties come Hush questa estate dovrebbe fare presenza fissa nelle playlist degli aperitivi in spiaggia in giro per il mondo; o una Getting Myself Into rallegrare le corsette mattutine al parco prima che il sole inizi a cuocere. E invece purtroppo siamo nel XXI secolo e musica come questa sono rimasti in pochi ad ascoltarla. Però ben venga ugualmente, e lunga vita ai James e a quelli come loro.
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