Recensioni

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I James, ovvero uno dei segreti meglio custoditi del brit pop. Anzi,
dell’Inghilterra degli ultimi venticinque anni, a partire dal post
punk, attraverso Madchester, fino ai ’90 dei tardivi
successi, pure se all’ombra di tanti nipotini. Eppure, già in tempi
nient’affatto sospetti, gli Smiths coverizzavano le loro canzoni; era
il 1983, anno del loro primo, quasi mitologico EP per la Factory. E ci
sono ancora oggi, i James, chi li segue lo sa; e sarebbe bene che lo
sapessero in tanti, perché questo Hey Ma,
giunto dopo un stop di sette anni che sembrava ormai definitivo, è una
resurrezione con tutti i crismi. E’ raro trovare un’ispirazione tale in
una band che ha tutte queste rughe addosso: attraverso le nuove undici
canzoni dei mancuniani, c’è una vibrazione che va aldilà dei chilometri
percorsi, degli anni trascorsi e del mestiere accumulato. I toni sono
solari, trionfali, fieri, a partire dall’apertura Bubbles – con il suo “I’m alive!”, urlato a gola spiegata da Tim Booth -, passando per la dylaniana title track, la loureediana Waterfall e le epiche Oh My Heart, Boom Boom (very U2) e Of Monsters And Heroes And Men;
la produzione “libera” di Lee ‘Muddy’ Baker e della stessa band ha
inoltre permesso l’utilizzo di una grande varietà di soluzioni di
arrangiamento (vedi gli onnipresenti fiati), al punto che ogni brano
sembra aver cucita addosso una veste su misura.

Ci sono, sì, dei tratti in comune con colleghi quali Cure (Semaphore, 72), New Order (Whiteboy), Elbow (Upside),
pure il Morrissey solista, nonché Oasis nella vocazione da stadio –
tutta roba che riporterebbe indietro di almeno dieci anni; ma c’è anche
tanta energia e vitalità da spazzare via buona parte delle versioni
attuali dei colleghi in questione, insieme ai vari Manic Street
Preachers, i tardi Bunnymen e, chissà, anche i riformati Verve. Un
disco da procurarsi assolutamente (anche in import), magari insieme
all’esaustiva antologia Fresh As A Daisy, uscita lo scorso anno.

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