Recensioni

Une comeback di difficile comprensione. Dopo la prima fatica (se così si può davvero chiamare) del 2019, Travis Scott pubblica Jackboys 2, secondo capitolo del progetto legato all’etichetta di sua fondazione, la Cactus Jack Records, peggiorando ed amplificando i (numerosi) problemi già presenti all’origine.
Un po’ di contesto. La carriera del trapper di Houston accelera vistosamente dal 2015, con un trittico di album (Rodeo, Birds in the Trap Sing McKnight, Astroworld) che, pur con diverse criticità, lo proietta nel giro di quattro anni nella stratosfera mainstream, facendone uno degli artisti più pagati dell’industria. Proprio a quel punto, arrivato all’apice, il texano decide di allargare il proprio cerchio magico. Da qui nasce il progetto Jackboys, un mini-disco di sette tracce con giovani in cerca di visibilità, tra cui Don Toliver, unico a riuscire davvero nell’impresa.
In quegli asettici 21 minuti si percepiva già la grossolanità di un’iniziativa senza direzione, concepita più per consolidare il brand Scott che per lanciare nuovi nomi. Ora la storia si ripete. E non è una buona notizia. Le tracce sono addirittura diciassette, ma di sostanza non c’è nulla: una sequenza di scarti che non avrebbero trovato posto nemmeno in un side A.
MM3, con la sola voce di SoFaygo, testimonia il pessimo lavoro svolto negli ultimi anni con il trapper classe 2001; Where Was You sembra uscita da un software di IA (e per rendere poco interessante un brano con Playboi Carti e Future ci vuole talento); Beep Beep, nonostante l’apporto promettente di Sahbabii, si perde nel pressapochismo. A dominare è ancora una volta l’ego di Scott, che anziché farsi da parte ha oscurato i suoi pupilli, prendendosi tutta la scena e relegando gli altri a comparse. Perché per lui bisogna stare sempre al centro, anche nel nulla più totale.
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