Recensioni

Il passo lento, l’aspetto dimesso, l’aria un po’ scazzata di chi si domanda perché sia in un determinato posto e perché proprio in quel momento – ma varrebbe per qualsiasi posto e per qualunque momento. La folta chioma bianca che gli cade sulle spalle, gli occhialoni e nemmeno mezzo sguardo per nessuno. Un meme vivente. L’unica cosa che lo scuote dal torpore di vivere è mettere le mani su una chitarra. Hai detto poco…
L’immagine che si ha in mente di J Mascis ormai avviato alla sessantina è questa – quando saliva su un palco ancora qualche anno fa durante una tournée da solo. Lui in teoria è uno di quelli sempre uguali – sfido chiunque lo conosca a trovare novità in quel suo stile; ma appunto il fatto è di avercelo, uno stile, e di avercene, di stile… Mascis è uno che come pochi sa catturare chi ascolta. Non spiazzandolo con soluzioni clamorosamente inaspettate – forse una volta – ma magari movimentando una linea melodica con variazioni efficaci, o uno di quei suoi assoli che a volte diventano il fine oltre che uno dei mezzi – per meglio dire, non sono mai soltanto l’uno né l’altro, e sono sempre parte attiva della canzone, non solo la sua virtuosistica appendice. Sa ancora come rendere vivaci (e vivi) e brani che riecheggiano di quel suo proverbiale solipsismo e anche, inevitabilmente, di cose che ha già fatto in passato.
Questo è quello (ops) che ci continua felicemente a propinare in questa sua nuova fatica, un album dall’anima e dalla ritmica acustica ma non nella versione solo-voce-e-chitarra (alla Martin + Me per intenderci), piuttosto in una dimensione semi-cantautorale come spiegava lui stesso presentando What Do We Do Now. «Quando scrivo per me penso più che altro a quello che posso fare soltanto con la chitarra acustica. Questa volta ho aggiunto la batteria e la chitarra elettrica per gli assoli, così ha finito per suonare molto più come il lavoro di una band. Non so perché ma stavolta è andata così». Dietro questo non “sapere perché” c’è tutta una filosofia… o chiamatela voi come volete.
Nella veste sua personale e non legata alla band per cui è nelle cronache musicali da quattro decenni, J si comporta quasi da cantautore “classico” americano per modi, toni e vocabolario – quasi appunto; perché quando fiuta anche la minima possibilità di fare un assolo, allora non lo tiene più nessuno, scatena tutti i tic e non li lascia scappare l’occasione di suonare distorto anche se solo per qualche secondo. Can’t Believe We’re Here è un ottimo esempio di questa sua identità tutta idiosincratica – ma anche a suo modo dinamica – e la title-track la segue su quella falsariga – con qualche reminiscenza anche dei Dinosaur Jr. periodo Green Mind ma su uno sfondo campestre.
Sono i due pezzi migliori in scaletta; non gli unici validi. Va dato credito anche ai due musicisti che affiancano J, Ken Maiuri e Matthew Dunn, e ai loro innesti di tastiere e pedal steel, se brani come Right Behind You, You Don’t Understand Me e I Can’t Find You danno qualche scartata verso un sound corale che ritempra, con buone soluzioni, una scrittura di cui altrimenti finiremmo per conoscere qualunque angolo come le nostre tasche. Il nostro amico l’ha sfangata pure stavolta, insomma. E anche se la cosa non sembrerà toccarlo più di tanto, a noi sì che ci tocca. Maledetto lui (e maledetti noi)…
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