Recensioni

È il fratello minore di Æmilia ed esce esattamente a un anno di distanza da quello che era l’ottimo esordio per Iran. Persis è un lavoro di rimiscelamenti e rivisitazioni del corpo vivo del fu fratello maggiore, e porta in dote (e riceve in dono, ovviamente) alcuni dei nomi più interessanti e avventurosi del sottobosco italiano, intenti a ripensare l’ampio spettro di Æmilia – di cui avevamo più che apprezzato, appunto, ampiezza e approccio – trasformandolo e trasfigurandolo ben oltre la pratica (invero un po’ stucchevole e più che abusata) del remix.
Ne esce un lavoro completamente diverso, fatto di spigoli e spigolature, di esondazioni e glitch, di minimalismo e ristrutturazioni strutturali a cui vonneumann, Elio Martusciello, Claudio Rocchetti, Roberto Fega e gli altri rifunzionalizzatori delle musiche Iraniche donano prospettive e suggestioni, spaziando a proprio piacimento tra le molteplici possibilità offerte dagli originali. Si prendano come esempio del tutto le robotiche synthetizzazioni from outer world, continuamente sporcate di pulviscolo glitch spaziale, a cui vonneumann sottopongono quella cascata di percussioni marziane che era (ed è) Magnitogorsk, o come Martusciello ne prosciughi in chiave quasi isolazionista l’essenza, facendone emergere la grana grossa e poi sfaldandola, come granelli di sabbia dispersa. O il lavoro di Simone Lalli su quella sorta di estasi vuoto/pieno à la GY!BE di Xenopolis, trasformata in una specie di d’n’b dancehall astratto e alieno per poi precipitare nel vuoto pneumatico del cosmo più profondo; o ancora il lavoro di “inabissamento” compiuto da Claudio Rocchetti su Aral, nel tentativo (riuscito) di fare emergere il celato come il sale emerge dall’essiccazione del lago che dà il titolo alla canzone. E le restanti rivisitazioni di Luigi Ceccarelli, Cristian Maddalena, Ongon, non sono affatto da meno in quanto a prospettive cangianti offerte.
La casa vuota, anzi lo scheletro abitativo che si stagliava sulla copertina del predecessore (opera, ricordiamolo, del bravissimo Adriano Zanni), quindi, sembra essere di nuovo abitata; non dai suoni dei suoi fondatori – Nazim Comunale, Andrea Silvestri e Rodolfo Villani – quanto da nuove prospettive, nuovi arredi, nuove forme di vita che si fanno nuove forme di vista (o visione) su una musica cangiante, in divenire, mutevole e plasmabile. Al punto che, giocando stupidamente con le parole, non ci si sente affatto persi in Persis, quanto accolti in una nuova, affascinante, “altra”, tutta da decifrare, quotidianità.
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