IOSONOUNCANE
IOSONOUNCANE, foto per “IRA” di Silvia Cesari (2021)

Archetipi e stratificazioni: Iosonouncane e “IRA”. La nostra intervista

Inquadrare il nuovo album di Iosonouncane non significa soltanto cercare di interpretare la natura di un progetto discografico, ma anche farsi carico del percorso complessivo di un musicista che, disco dopo disco, ha dimostrato di sapersi allontanare sempre di più dagli standard rassicuranti della “forma canzone” comunemente intesa. In DIE prima e in IRA poi, Incani si è rimesso in discussione, ipotecando la notorietà meritatamente guadagnata con La Macarena su Roma per avventurarsi in un territorio creativo istintuale, sempre più articolato e complesso.

Nell’intervista che segue c’è una frase a proposito di IRA che ci pare particolarmente significativa, se letta con quel senno di poi che l’ascolto del disco inevitabilmente genera: «non mi interessa tratteggiare una storia in ogni suo dettaglio. Lavoro con archetipi e affido a ogni elemento del lavoro il compito di stratificarne in profondità il senso. Nel caso di IRA anche il primissimo livello di lettura (quello unicamente emotivo e senza alcuna comprensione delle parole) è filologicamente e poeticamente compiuto». Ci pare una riflessione importante, perché a suo modo rivela la natura di un album che vive evidentemente su più livelli comunicativi, non sempre legati a quell’ascolto lineare a cui generalmente ci piace affidarci quando si parla di interpretare dei suoni. Un’opera che a volte si dimostra spietata nel richiedere a chi le si avvicina un riflesso emotivo condizionato, sia esso positivo o negativo, e a volte decisamente cerebrale e pronta a risucchiarti, lasciandoti in balia di un temporale di informazioni da decodificare, senza che all’orizzonte si intraveda la terraferma.

Con la sua ora e cinquanta minuti di durata, IRA non fa sconti a nessuno, nemmeno a chi lo ha generato, che di Stormi magari ne avrebbe potute scrivere altre 10 e invece si ritrova immerso in questa sorta di parabola filosofica ubriacante e da maneggiare con la dovuta cura. Un suono che è «moltitudine» di popoli, linguaggi e musiche in viaggio verso un non-luogo temporale e geografico, e che sembra voler suggerire a noi che osserviamo dall’esterno una sospensione del giudizio critico perentorio, schierato, indubitabile, sostituendo quest’ultimo con una richiesta implicita di fiducia tra chi suona e chi ascolta.

In certi momenti la fruizione dell’album diventa totalizzante, in altri va regolamentata prendendo le giuste distanze da una materia ingombrante e profondissima, magari attraverso quelle necessarie istruzioni per l’uso che abbiamo cercato di appuntarci durante la conversazione virtuale e asincrona avuta col musicista. L’intervista è il risultato di uno scambio ripetuto di email, caratterizzato da qualche correzione di rotta da parte nostra rispetto al progetto iniziale e da un approccio induttivo, più che deduttivo: non un vezzo, bensì il tentativo di trovare un filo conduttore che illuminasse un’opera tanto monumentale nelle aspirazioni quanto stimolante nei risultati.

IOSONOUNCANE, foto per “IRA” di Silvia Cesari (2021)

Un uomo nudo ci presenta IRA: mi dici qualcosa sul concept alla base della copertina e sul titolo del disco? É uno stratagemma per esporsi nel modo più diretto possibile attraverso un album che, tra l’altro, per molti aspetti si allontana in modo abbastanza netto dalla tua produzione passata?

Il concept del disco è quello tratteggiato dalla presentazione: IRA narra di una moltitudine in viaggio. La stratificazione di suggestioni e senso, esattamente come in DIE, è affidata a ogni elemento del disco, dalla scelta lessicale al più piccolo dei suoni. Di copertina e titolo è presto per parlarne.

È «presto per parlarne» perché avranno una ragion d’essere a sé stante? Dobbiamo aspettarci un progetto multimediale, più che un semplice disco? Penso anche al cortometraggio Caravan

È “presto per parlarne” perché sarà necessario del tempo per coglierne appieno tutte le sfumature. Detto ciò, non ho alcun progetto multimediale, Caravan è stato un caso unico.

IRA non è un disco facile, ma se ascoltato dall’inizio alla fine crea una sorta di sospensione capace di trascinare in un altrove non ben identificato ma affascinante. I 17 brani in scaletta hanno uno sviluppo graduale e piuttosto lento, e a volte sembra emergere quasi un approccio post-rock o ambient nella struttura delle tracce, se non proprio nell’estetica. Stilisticamente mi pare di cogliere una certa continuità tra i brani in scaletta, o per lo meno un filo conduttore, per quanto soggettivo…

Si tratta di un concept album, assolutamente.

Puoi dirci qualcosa in più a tal proposito, magari citando le scelte sonore o timbriche che hai fatto per rendere questa continuità? Penso ad esempio al livello molto basso delle voci o magari a quell’orizzonte onirico/psichedelico verso cui puntano tutti i riverberi…

Quando parlo di concept non intendo la classica storia che può esser cantata con un qualsiasi accompagnamento musicale. E non intendo nemmeno un racconto autosufficiente, slegato o slegabile dall’aspetto musicale. Per me fare un disco significa in buona sostanza fare un concept e fare un concept significa impiegare ogni elemento a disposizione (suono, voci, strumenti, lessico) per delineare un racconto coeso, un paesaggio simbolico, un universo possibile. Il suono di IRA racconta quello che le parole raccontano (perché ognuna delle parole di IRA ha un peso enorme ed è lì dove deve essere): un profondo senso di solitudine, un viaggio per terre lontane e sconosciute. I riverberi, la saturazione e stratificazione delle voci, la profondità dei timpani e delle basse frequenze: tutto contribuisce a delineare questo racconto. Ripeto ancora una volta: non mi interessa tratteggiare una storia in ogni suo dettaglio. Lavoro con archetipi e affido a ogni elemento del lavoro il compito di stratificarne in profondità il senso. Nel caso di IRA anche il primissimo livello di lettura (quello unicamente emotivo e senza alcuna comprensione delle parole) è filologicamente e poeticamente compiuto.

IOSONOUNCANE, foto per “IRA” di Silvia Cesari (2021)

Come hai rappresentato la «moltitudine» di cui si parlava inizialmente? 

Con l’uso di sette diverse voci e dei tanti registri vocali utilizzati, con il linguaggio utilizzato, con la stratificazione del suono, con l’enorme quantità di temi melodici presenti, con la scelta di un sound volutamente scuro. Insomma, con ogni aspetto di questo disco.

Mi piacerebbe capire come il tema del “linguaggio” si leghi al disco, sia dal punto di vista strettamente formale (la lingua scelta per i testi dei brani) che progettuale…

Come ho avuto modo di dire in tante occasioni, fare un disco significa per me intraprendere un percorso di ricerca sul linguaggio, uno specifico linguaggio, con l’obbiettivo di ricreare un universo ipotetico, uno spazio simbolico a suo modo assoluto. Ogni mio disco nasce e si sviluppa a partire da una precisa idea linguistica, timbrica, lessicale. 

Quale lingua/lingue hai usato per i testi di IRA?

Ho usato arabo, inglese, francese e spagnolo. Dell’italiano ho invece utilizzato la sintassi.

Mi indichi almeno tre artisti che ti hanno ispirato nella scrittura del tuo ultimo disco?

John Coltrane, Duke Ellington, Robert Wyatt.

Ascoltando i tuoi album, costruiti anche su campionamenti e micro-elementi musicali coordinati tra loro grazie alle macchine che utilizzi, mi chiedo sempre quale sia il punto di partenza della scrittura, e come poi proceda il lavoro in sala d’incisione. Ti va di parlarmene?

Ad ogni disco cambio metodo di scrittura. Scrissi La Macarena su Roma a partire dalla strumentazione di cui disponevo e che utilizzavo durante i concerti. Scrissi ed elaborai DIE durante un lungo periodo di ritiro e solitudine, non preoccupandomi minimamente della possibile resa live dei brani. IRA, al contrario, ha iniziato a farsi largo nella mia testa subito dopo la chiusura del tour di DIE, sull’onda dell’entusiasmo provato nel suonare, dopo tanti anni di solitudine, con musicisti che stimo profondamente e ai quali sono umanamente legato. È stato naturale ritrovarsi a fantasticare sulla possibilità di sviluppare nuova musica con loro, per loro e su di loro, e altrettanto naturale è stato immaginare uno sviluppo corale del lavoro sulle voci iniziato con DIE. Questo è stato il punto di partenza strutturale. 

Che tipo di strumenti musicali / macchine hai usato per registrare IRA?

Batteria, percussioni della Guinea, mellotron, organo, pianoforte verticale, chitarre (classica, acustica ed elettrica), svariati sintetizzatori, sequencer, campionatori e sette voci. La scelta della strumentazione da usare, del set di ogni componente, è stata volutamente vincolante: ho fin dal principio voluto realizzare un disco che fosse fedelmente riproducibile dal vivo da noi sette. E così è stato: potremmo inciderlo nuovamente domani in presa diretta e il risultato sarebbe identico.

Che ruolo ha Bruno Germano nei tuoi dischi? Ti accompagna dai tempi di DIE e mi pare di capire che sia un partner di lavoro quasi insostituibile…

Assolutamente. Abbiamo iniziato a lavorare insieme nell’estate del 2012 per il mix de Le sirene di luglio e da allora Bruno si occupa dell’aspetto tecnico di ogni mio lavoro. Un rapporto nato anzitutto sul piano professionale e che negli anni è diventato un’amicizia. Siamo molto diversi ma ci accomunano ambizione, dedizione e rigore professionale. Ci siamo influenzati e cambiati a vicenda, ci siamo trasmessi reciprocamente conoscenze e idee, abbiamo costruito una grammatica condivisa che rende oggi il nostro lavoro più semplice e proficuo. Nel lavoro in studio ci completiamo.

iosonouncane (2019)

Ai tempi del tuo disco d’esordio uscisti sulla copertina del magazine che allora Sentireascoltare pubblicava in formato pdf e a cadenza mensile. Ricordo un’intervista a casa tua a Bologna. Erano tempi piuttosto frizzanti dal punto di vista musicale, e nel tuo caso tutto il tuo vissuto del momento finì in La Macarena su Roma. Il disco si impose anche grazie a una verve dissacrante dal punto di vista dei testi e a una scrittura un po’ dalliana, un po’ barrettiana e un po’ elettronica, paradossalmente capace di originare uno stile riconoscibile e personale. A distanza di anni come vedi quel lavoro? (Ti feci questa domanda nel 2013, durante un’intervista nel backstage del TPO di Bologna e prima che uscisse DIE, ma te la rifaccio anche oggi, dopo tre dischi pubblicati…)

A distanza di un decennio gli riconosco una furia obliqua che mi pare piuttosto rara. È un disco tutt’altro che accondiscendente, pieno di idee e con qualche grande pezzo dentro.  

Quale è stato il percorso o l’idea di base che ti ha portato a realizzare dischi molto diversi da La Macarena su Roma, come DIE e IRA?

Trovo che i miei tre dischi siano in perfetta continuità poiché rappresentano, ognuno, una specifica tappa nel percorso di ricerca di una mia personale voce, un mio suono. Una ricerca instancabile e che probabilmente non terminerà mai.

DIE è un disco che ha avuto una grande diffusione presso il pubblico, trascinato anche da un brano come Stormi. Che conseguenze ha avuto questa cosa sulla tua vita (se ne ha avute) e quali porte ti ha aperto a livello professionale?

Indubbiamente DIE ha portato tanta attenzione sul mio progetto. La conseguenza maggiore è stata una grandissima richiesta di collaborazioni, sonorizzazioni, produzioni. Ho scritto tantissima musica in questi anni, per me e non solo. Ho prodotto dischi, realizzato colonne sonore, registrato cover, collaborato con vari colleghi.

Da un certo punto di vista IRA rappresenta un taglio ancora più netto rispetto a DIE con quel mondo “cantautorale” da cui, volente o nolente, partivi agli esordi. Una buona parte di ciò che Iosonouncane è diventato oggi lo devi anche ai tuoi testi in italiano: come pensi che verrà accolta questa rivoluzione nel cantato?

Credo che il pubblico sia vasto e variegato, e credo che ogni disco possa andare incontro tanto a celebrazioni quanto a fraintendimenti. Non mi pongo mai questa domanda quando sto lavorando a un disco, sarebbe sciocco farlo e paternalistico nei confronti delle persone. Sono ovviamente curioso di vedere come andrà, ma finisce qui.

Che influenza hanno avuto sulla tua musica le collaborazioni che hai portato a termine in questi anni con musicisti ben noti e ai confini col jazz e la musica sperimentale, come Paolo Angeli o Stefano Bollani?

Con Bollani si è trattato di un confronto estemporaneo. La collaborazione con Paolo, invece, è profonda e radicata, ed ha certamente avuto grande influenza su di me. Non so se questo sia già rintracciabile negli aspetti musicali di IRA, ma confrontarsi con un musicista di quella statura – quell’esperienza, quell’approccio, quella storia – offre la preziosa occasione di un cambiamento. 

Cosa dovremo aspettarci dal tour di IRA? Come verrà resa sul palco la complessità musicale del disco?

IRA è un disco declinabile dal vivo in maniere molto differenti fra loro. Questa estate lo porteremo sul palco in tre, con sintetizzatori, campionatori, batterie elettroniche, organo.

L’ultima domanda non può che riguardare l’attualità: dal punto di vista di un musicista – che per definizione fa del relazionarsi con gli altri la propria ragion d’essere, si tratti di suonare con qualcuno o di fare un concerto per qualcuno – che sembianze ha il periodo che stiamo vivendo, tra lockdown, limitazioni, pandemie e isolamento?

Credo che si tratti di un momento di passaggio. Potremo fare valutazioni precise solo quando vedremo chi e cosa sarà rimasto in piedi. 

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