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Non sta certo a noi dirvi che disco sia Turn On The Bright Lights. Cosa ci sia dentro, cosa esprime, come lo fa, perché è piaciuto (e magari perché non è piaciuto), il motivo per cui è in qualche modo importante eccetera. Non perché non serva, o perché non abbiamo voglia di farlo. Semplicemente, perché lo abbiamo già fatto. Non per primi, per carità, né tantomeno meglio di altri; ma i passi iniziali di SA sono stati segnati anche – e, forse, particolarmente – dal fenomeno Interpol, e più in generale da quella cosa che ci eravamo divertiti a chiamare emul-rock, presi dalla smania di post-modernismo a tutti i costi. Epperò… vassene l’tempo e l’uom non se n’avvede, indi la ristampa dell’album di debutto degli Interpol pubblicata nel 2012 ci mette nella posizione di riconsiderare col proverbial senno di poi quello che fino a poco fa era cronaca viva e mutevole sotto i nostri occhi, presente di cui tastare il polso e così via. Riconsiderare, e riconsiderarci.

Insomma, questi due dischi (il secondo contiene tutti i brani inclusi negli EP e demo circolati prima dell’incisione dell’album, più alcune sessioni radio) ci forzano a metterci di fronte a uno specchio dieci anni dopo, e ci obbligano a ripostulare la nostra visione di quello che poteva essere (o meglio, pensavamo potesse essere) e invece poi è stato. Noi inclusi. La considerazione più ovvia – l’unica possibile, a ben vedere – viene da sé, ed è data dalla natura stessa dell’operazione: la retromania ha vinto definitivamente, se è già classico ciò che fino a ieri era semplicemente nuovo. Non che Turn On The Bright Lights non meriti in assoluto tale status, è solo che la forbice temporale si è talmente ristretta che, di questo passo, rischieremo sempre più facilmente di lasciarci ingannare da illusioni di prospettiva, valutando giocoforza diversamente tutto ciò che viene ristampato, anche a distanze sempre più brevi; al punto che il fatto – autentico – che Paul Banks e soci non si siano più espressi discograficamente ai livelli dell’esordio diventa persino irrilevante.

Quindi, retro è bello. Più bello di qualsiasi nuovo, le cui eventuali pecche (ove sussistono) si possono coprire, dimenticare e perdonare affiancando lo storico capolavoro. Altro che revival nu wave, altro che Joy Division + Television rimescolati e ripensati per il mondo post-11 settembre (anzi, post-tutto). Siamo sempre lì, ci ricaschiamo sempre. Ascoltiamo tutto, ci piace (o ci sforziamo di farci piacere) tutto, ma Beethoven sarà sempre meglio di Mahler, i Beatles saranno sempre meglio degli XTC, i Joy Division saranno sempre meglio degli Interpol, gli Interpol saranno sempre meglio di Banks da solo o degli Interpol opachi del disco omonimo. Ovviamente, a chi accusava i quattro di Williamsburg di essere solo dei patetici copioni verrà più facile a considerare questo disco per quello che è: un classico. Noi però ve lo dicevamo già nell’anno della sua uscita – ma contava allora, non oggi. Ora premete play, lasciate scorrere le prime note di Untitled e accorgetevi di quanto siete (siamo) cambiati. E di quanto, in fondo, siamo sempre gli stessi.

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