Recensioni

5.2

Praticamente un terzo di album (i primi quattro singoli, su undici tracce totali) l’avevamo già ascoltato in sede di brani di lancio e già a metà percorso – diciamo al terzo estratto – il timore che ci aveva assalito era che gli Interpol, nonostante la presenza in cabina di regia di Flood e Alan Moulder (vale a dire il team responsabile di alcuni capolavori degli anni ’90, e non solo, tra cui Mellon Collie and the Infinite Sadness degli Smashing Pumpkins), avessero fatto un altro buco nell’acqua.

Ebbene, ad ascolto completato e ripetuto quelle due tre volte, possiamo dire che non solo hanno fatto un buco nell’acqua, ma sono arrivati talmente giù da dare una craniata sul fondale. Non che sentori non se ne avessero da ben prima, ben inteso, anzi a dirla tutta l’ultimo (mezzo) grande disco sfornato dai newyorchesi – secondo il parere di chi scrive, per carità – fu l’omonimo dato alle stampe nel 2010, un’era geologica fa se si considera che all’epoca in formazione c’era ancora Carlos Dengler. Tutto quanto venuto dopo è stato un susseguirsi di ristampe, edizioni speciali e tour celebrativi (sintomi, da che mondo è mondo, di serbatoi vuoti in quanto a urgenza espressiva e creatività) intervallati giusto da un paio di lavori in studio a dir poco prescindibili.

Nel 2013 i Deerhunter, magnifici esponenti della scuola neolisergica “sudista”, sconfinarono a Brooklyn per fare Monomania e ne uscì uno tra gli album più belli dello scorso decennio, innervato – a sorpresissima – di sonorità proprio à la Interpol; ecco, magari qualcuno, per converso, potrebbe suggerire a Banks e soci di farsi un giro a Athens e dintorni, giusto per prendere un po’ di sole e ridarsi un colorito. The Other Side Of Make-Believe è infatti un caso scuola di cosa un artista, per quanto storicizzato, non dovrebbe mai fare, ossia diventare un clone di se stesso ripetendo fino allo sfinimento la medesima formuletta, nel caso in esame arricchita qua e là solo da saltuarie per quanto risibili varianti, e svilendo il proprio lascito come il nobile in rovina che si gioca il patrimonio a carte. Gli Interpol si sono, per così dire, editorsizzati da un pezzo, finendo per diventare una macchietta al punto che i primi quattro assaggi (Toni, Something Changed, Fables e Gran Hotel) di questa nuova fatica saranno ricordati più per i relativi clip (del terzo, tra i quattro summenzionati, è però uscito solo il lyric-video), quelli sì azzeccatissimi, che per la musica.

Sul restante sessantasei per cento di lavoro non c’è molto da aggiungere, ed è davvero difficile salvare qualcosa. Basti prendere ad esempio Into The Night, primo lentone in scaletta, nelle intenzioni (ma solo in quelle) meditativo e cerebrale esemplare di brano di una razza un tempo purissima (vedi alla voce Rest My Chemistry) ma oggi annacquata come tutte le discendenze snaturate dalla sequela di apparentamenti. Dal canto suo, Mr. Credit è tutt’altro che un attivo, cioè un passivo e pure pesante, una cambiale protestata, una canzone arresa, slavata e rinunciataria, dal mordente flebile e una sezione ritmica minacciosa nei propositi ma farraginosa, per non dire elefantiaca, negli esiti; mentre a prendere come riferimento le farlocche coordinate di una Greenwich, peraltro animata da buone premesse che però restano solo sulla carta a dispetto dell’indovinata e disturbata coda cacofonica, si rischia di andare a schiantarsi contro gli scogli. E non fanno molto meglio la pallida Renegade Hearts, la velleitaria Passenger e la pur azzardata (quindi in teoria da premiare) Big Shot City. E se sarete abbastanza riposati da non esservi addormentati prima, converrete che la conclusiva Go Easy (Palermo) ha il solo merito di porre fine a questi tre quarti d’ora di strazio.

Nel complesso, si esalta Kessler, per niente sorretto da un Fogarino “disparo” che (rispetto ai suoi standard) par suonare con un braccio solo. Ecco, se un vincitore (o quantomeno un non sconfitto) l’ha decretato, questa settima campagna dei newyorchesi, è proprio il chitarrista, che rispetto alla mediocrità espressa dai suoi due sodali trionfa per distacco. Ma non ci voleva molto perché il vocalist sonnecchia (anche come testi in passato ha fatto molto meglio) e il drummer – l’avrete capito – non è più quel valore aggiunto, lavora di cesello ma è come un cacciavite spuntato alle prese con un bullone dall’intaglio slabbrato. Le possenti e sbalorditive impalcature sonore che conoscemmo vent’anni fa (cazzo, vent’anni!) non esistono più e il puntello piantato da Flood/Moulder non evita il crollo, come se il nulla interpoliano che da una decina d’anni si propaga per ogni dove inghiottendo il ricordo di una delle ultime grandi rock band da arena si fosse mangiato pure loro.

Sul trio di Manhattan è ormai inutile ogni accanimento terapeutico, perché The Other Side Of Make-Believe è come El Pintor e Marauder, una lagna di fatto, solo addirittura più loffa. Non c’era bisogno di un’altra faccia della finzione, bastava quella che conoscevamo e siamo sempre più convinti che se al momento giusto gli Interpoliziotti avessero riposto il distintivo nel cassetto limitandosi a rispolverarlo, lucidato per l’occasione, solo per qualche parata ufficiale, non avrebbero fatto un soldo di danno, risparmiando così dieci anni di spernacchiamenti al corpo d’appartenenza.

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