Recensioni

7.1

Smontare la corazza di synth-pop retrofuturista di cui si erano rivestiti i Black Marble e tornare a una forma più organica. È questo l’obiettivo di Life in Small Spaces, che cattura l’attenzione sin dal brano di apertura, It Always Comes to Me, con uno stile completamente rinnovato e mai visto prima nel catalogo della band. Laddove il precedente Fast Idol – disco in pieno stile New Order che aveva portato all’estremo la direzione intrapresa con Bigger Than Life – si era adagiato su una formula uniforme, qui lo spazio è tutto per chitarre jangle, bassi e campionamenti di batteria dal vivo, in omaggio allo stile metronomico degli Wire (post-punk già masticato da Chris Stewart in passato). Ci sono voluti cinque anni per arrivare a un disco che fosse più luminoso e arioso, ma che al contempo non rinnegasse la malinconia elegante della new wave e il calore dell’analogico che da sempre accompagnano il progetto.

Dopotutto la parabola dei Black Marble è un viaggio di decompressione: sono cambiate molte cose dai tempi di A Different Arrangement, claustrofobico esercizio di cold wave costruito su un Roland TR-707, frequenze alte tagliate e riverberi densissimi. Complice anche il trasferimento da Brooklyn alla più solare Los Angeles, è iniziata una progressiva pulizia del lo-fi che nei lavori precedenti aveva rischiato addirittura di impoverire la proposta, lasciandola schiacciata dal peso delle proprie influenze.

Life in Small Spaces prova quindi a rimettere l’elemento umano un passo avanti all’elettronica. L’immagine in copertina è perfetta per riassumere l’anima di questo quinto disco: Chris Stewart è solo in una stanza spoglia, sommerso da un’esplosione caotica di coriandoli. Life in Small Spaces è però prima di tutto un saggio di resistenza concettuale ed esistenziale ai compromessi spesso richiesti in cambio di un po’ di visibilità. Di fronte all’ossessione per il successo algoritmico e alle pressioni di un’industria musicale che impone formule standardizzate, Stewart riflette sulla difficoltà di capire chi siamo mentre cerchiamo di capire come vogliamo essere percepiti, anche e soprattutto come artisti.

Un approccio che si riflette su trame più plastiche e cristalline (Anything, la Satisfaction in stile bedroom pop). Peccato che poi il disco si assesti gradualmente su qualche passaggio meno convincente, lasciando la sensazione di voler fare più di quanto si riesca realmente a sviluppare: l’album scivola fluido, senza grandi momenti memorabili, fino a quando la ripetitività viene interrotta dall’aumento dei BPM nella seconda parte. Le chitarre sincopate collaborano nel resuscitare una dance-pop eighties morbida e colorata. Le più estive Panopticon Calls e Picture When portano questa apertura verso i momenti più orecchiabili dell’album.

L’ossatura del disco resta un suono “ipnotico e tintinnante”, dove si intrecciano le influenze storiche (i Depeche Mode di Just Can’t Get Enough aleggiano nitidi nella cinematografica Get Back Up) e suggestioni meno scontate come Pylon, Tubeway Army e i dettagli più profondi e sognanti alla Drab Majesty.

Complessivamente, Life in Small Spaces ha ancora il sapore di una nostalgia artificiale, ma spostata fuori dal cupismo “da cameretta” degli esordi e più satura di luce della West Coast. Dopo quasi quindici anni dagli esordi, i Black Marble sembrano finalmente aver trovato un equilibrio che permetta ai brani di respirare, senza necessariamente stravolgere la propria formula ad ogni costo.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette