Recensioni

Il problema principale nel sodalizio tra RZA e Paul Banks è che fondamentalmente dietro non c’è nulla di interessante, a partire dal primo incontro tra i due, che non riesce a regalare nessun aneddoto degno di nota ma si esaurisce semplicemente nella proposta fatta a RZA dal suo manager di una collaborazione con il frontman degli Interpol. Non che un progetto in tandem tra due big debba necessariamente nascondere chissà quali storie, ma già l’irrilevante banalità all’origine del disco può dare una prima idea della sensazione di plasticosa e vaga forzatura che pervade l’intero album. A questo aggiungiamo anche che RZA ha dichiarato di aver ascoltato per la prima volta un lavoro di Banks solamente dopo che la fatidica proposta per il feature gli era stata avanzata, e le disastrose premesse sono complete.
Se le rime in HD di un RZA incazzato il giusto ma sempre e comunque tecnicamente ineccepibile tutto sommato funzionano, e anzi a tratti riescono a regalare una leggera e gradevole (per quanto artificiosa e impostata) “aria di casa” ai cultori del Wu-Tang, il problema principale di questo disco è la sua controparte: Banks si adagia su un timbro perennemente alto se non altissimo, scadendo in un fastidioso effetto “coretto” che il Nostro si dimostra assolutamente inadeguato a interpretare.
Le tracce seguono grossomodo tutte un canonico e prevedibile paradigma con strofe rappate da RZA e ritornello cantato da Banks, lasciando egual spazio ad entrambi all’interno di ogni pezzo. A spezzare la monotonia imperante fanno occasionalmente capolino diverse ospitate inaspettatamente riuscite: Florence Welch, Kool Keith e i satelliti da casa Wu-Tang Clan, Ghostface Killah, Method Man e Masta Killa. È comunque poco per riuscire a salvare un ingessato crossover pop/hip hop che, salvo qualche sporadico momento felice, si rivela a perfetta immagine e somiglianza della bruttissima cover: imbolsito, impostato, macchinoso, forzato e anche un poco patinato. Speriamo che sia finita qui.
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