Recensioni

Interpol nel corso dell’ultimo anno è diventato sinonimo di parziale rivincita. La band di New York, all’alba del nuovo decennio, era stata data per spacciata perché il suo sound – già in origine abbastanza derivativo e, per così dire, freddo – aveva perso quel sapore di anthem generazionale che, giocoforza, aveva caratterizzato le prime generazioni indie.

Parliamoci chiaro, quanti dei presenti l’altra sera all’Ippodromo di Capannelle sarebbero andati a sentire un loro concerto se questo fosse stato il tour del loro penultimo, omonimo disco? Eppure Paul Banks e compagni, usciti dalla necrosi creativa del 2010, dopo aver perso il bassista (e i New Order ci insegnano quanta importanza abbia il tocco di un bassista in una band new wave) sostituito magnificamente da Brad Truax degli Animal Collective, hanno rialzato la testa confezionando un album, El Pintor, che, per lo meno, dà segnali di vita. Per questo, se oggi il nome Interpol non è più sinonimo di vittoria dell’indie – ci sarebbe da aprire un lungo capitolo di esegetica del marketing musicale solo a parlare di come i primi due dischi usciti per Matador siano più ispirati di quelli usciti per major – possiamo dedurne una parziale vittoria artistica, dal momento che, con il repertorio che si ritrova la formazione, con un buon disco da promuovere e con una fama da “band live”, è lecito aspettarsi un signor concerto. Non è un caso se, proprio a partire da quest’anno, il nome degli Interpol è tornato ad apparire sui cartelloni dei festival e delle rassegne più importanti, fra cui, non fatichiamo ad annettere il divertente Poste Pay Rock In Roma.

L’audience è lì, come al solito, a spiegarti molti meccanismi del mondo-band e, se l’Ippodromo non è certo gremito, la varietà della fauna astante ti permette di pensare che, se tu gli Interpol li hai persi un po’ di vista, nuove generazioni di accanitissimi li hanno scoperti negli ultimi anni e, salvo sottilissime differenze, li trattano come ai nostri tempi si trattavano i Take That. Nulla di male, salvo che Daniel e Paul, a differenza di Robbie e Gary, hanno fama di essere granitici, freddi e imponenti, in altre parole, dei bellissimi tecnici.

Quando si spengono le luci, dietro il palco campeggiano le due mani di donna della copertina di El Pintor, un album che è ultimo in ordine di tempo, ma non più nel regime del “promozionale”, così da farci pensare che la scaletta possa riservare un rollercoster di brani dal 2001 a oggi. Dalla coltre di fumo e da un palco i cui unici colori sembrano il bianco e il nero, gli Interpol fuoriescono in formazione a cinque, elegantissimi, in pieno stile urbano, che, a pensarci, è l’unica cosa che li rende leggermente diversi dalle band di Manchester e dintorni intorno a 1980. La loro eleganza, in fin dei conti, è molto più contemporanea del loro sound.

All’apertura, affidata a Say Hello To The Angels, i cinque sembrano dover ancora scaldare i motori a dovere e, soprattutto Paul, sembra fare più fatica degli altri alla voce. Si è pensato il peggio, ma abbiamo dovuto subito ricrederci, perché già con Anywhere e NARC, le cose sono ritornate al loro posto. La voce di Paul – che incredibilmente canta e suona lick arzigogolati in controtempo – guadagna calore ad ogni brano, i giri di basso – sui quali ci erano arrivate soffiate negative da parte di pubblico presente in altre date del tour – tengono in piedi l’impalcatura di Evil, dove, inevitabilmente, scende la prima lacrima.

Monolitici e imperanti, gli Interpol guardano poco il pubblico negli occhi, non interagiscono più di tanto, consci che la loro musica non è di quelle da farci più di tanti orpelli intorno. E infatti, troviamo una band tecnicamente impeccabile, che si scopre molto più sofisticata e perfezionista di quanto ci saremmo aspettati ascoltando i dischi. È così che si crea la perfetta atmosfera su Rest My Chemistry, la giusta aggressività chitarristica in The New, e si spiana la strada al finale con Pioneer To The Falls.

La setlist degli Interpol parla più di tutto il resto: nessun brano dal disco-fallimento del 2010, solo due dall’album di transizione del 2007 Our Love To Admire, quattro rispettivamente dal capolavoro Turn On The Bright Lights e da El Pintor e ben cinque da Antics, il disco più maturo e sintetico della band. Il set di Rock In Roma è un crescendo, tanto che sul finale la gente stenta a rimanere in rispettoso e composto immobilismo, quasi a imitare la band che, malgrado i ritmi siano diventati più caldi, non si muove dalla zona di competenza, fatta eccezione per batterie e tastiere che, sommerse dal fumo, non sono mai pervenute agli occhi dell’audience. Slow Hands, cantata a squarciagola (è davvero l’inno della generazione Ground Zero) e PDA segnano l’uscita dal palco canonica prima dei bis.

Il clima è surriscaldato e tre o quattro encore coronerebbero una serata top, ma l’infortunio del batterista Sam Fogarino, come un idrante su una casa in fiamme, spegne gli ardori di un pubblico ancora in attesa dei brani migliori (Untitled, Obstacle 1, All The Rage Back Home, Stella Was A Driver, ecc…). I Nostri tornano per eseguire Leif Erikson, scusandosi per il disagio e facendoci venire in mente che brutta sensazione dev’essere il coito interrotto. Il pubblico di Roma difficilmente perdona, parte qualche fischio e il malumore serpeggia all’Ippodromo, mentre si torna a casa dopo poco più di un’ora di concerto.

Per quanto ci riguarda, però, possiamo serenamente affermare che abbiamo avuto modo di verificare lo stato di salute di una band data per spacciata fino a qualche anno fa. Gli Interpol sono vivi e hanno un live di tutto rispetto tra le mani, coi suoni al posto giusto e una gelida presenza scenica che è marca distintiva dei newyorkesi. L’incostanza emotiva, le setlist tronche (era successo anche quest’inverno a Milano) sono, ahinoi, parte del gioco, e c’è sempre tempo per recuperare.

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