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Provate a farvi un calcolo. Statisticamente, quante sono le probabilità che due componenti della stessa famiglia diventino famosi e che un figlio d’arte, senza spinte e porte spalancate varie dovute al cognome, eguagli il padre in fama e talento riuscendo non solo a emergere dalla massa aspirante alla gloria ma anche a oscurare le gesta del celebre genitore? Nel calcio, visto che siamo ancora in piena sbornia post-Europeo, forse è successo solo con i Maldini, papà Cesare e il figlio Paolo; nel cinema, a memoria, vengono in mente Kirk e Michael Douglas, ma poi? Questo per dire che in certi ambiti la discendenza conta, eccome, al di là delle effettive capacità. È fin troppo ovvio. Anche se poi è pacifico che senza qualità non si va da nessuna parte perché se uno è un brocco hai voglia a raccomandarlo.

Inquadriamo così l’esordio sulla lunga distanza della band del figlio di Bono non per sminuirne il valore ma per contestualizzare la faccenda. Senza le entrature del cantante degli U2, ma fosse anche solo per la reverenza prodotta negli addetti ai lavori e la curiosità destata negli appassionati da tale progenitura, probabilmente gli Inhaler, come milioni di altre band che hanno provato a sfondare, non sarebbero andati da nessuna parte. Però ora ci sono e come fai a non parlarne.

Entrando nel merito, era fin troppo scontato aspettarsi un disco inzeppato di riferimenti d’antan a certa new wave, specie perché It Won’t Always Be Like This era stato ampiamente preceduto da una serie di singoli alcuni dei quali usciti in epoca pre-pandemica che già avevano svelato le carte. Meno atteso, invece, era il fatto che Elijah Bob Patricius Guggi Q (questo il nome completo all’anagrafe) cantasse in modo così simile al padre, non fosse altro che per evitare scomodi paragoni. E invece Bono jr. fa suo il timbro di papà e non se ne vergogna affatto.

Come passa il tempo. Elijah – il terzo dei quattro figli del celebre vocalist e di sua moglie Alison Stewart – venne al mondo nell’agosto 1999, quando Bono stava smettendo i panni della rockstar dissoluta e bohémienne che aveva vestito lungo tutto il decennio per prendere confidenza con quelli da filantropo/attivista politico, avendo da poco sposato la causa umanitaria della campagna per la cancellazione del debito dei Paesi poveri. Tra l’altro lo stesso Elijah è l’unico, della prole, ad aver seguito le orme paterne nella carriera musicale, mentre ad esempio la sorella Eve, di otto anni più grande, anela a quella cinematografica avendo già recitato in svariate pellicole di successo (This Must Be The Place e Il ponte delle spie su tutte).

Ad ogni modo, l’esordio di questi quattro poco più che ventenni irlandesi – tra i quali milita come bassista anche un certo Robert Keating che però no, non è il figlio di Ronan dei Boyzone, la famosa boyband concittadina degli U2 che compariva anche nel video di Sweetest Thing – è un lavoro che muovendo appunto da riferimenti celebri in tema di post-punk era, rievoca certe arie da metà anni Zero, tra chitarre a profusione e ritmi indiavolati. E la sorpresa è che sembra funzionare, in un’epoca in cui rap e trap la fanno da padroni. C’è un album pubblicato qualche settimana fa che più o meno andava nella stessa direzione: All The Colours Of You dei James. Che sia l’antipasto di un imminente revival 00s su larga scala?

Sì perché praticamente tutto, di questo esordio dell’Inalatore (il riferimento nel nome del quartetto è all’asma di Elijah che lo costringe a portarsi dietro un dispositivo aerosolico), ci parla di un revival già andato in scena a partire più o meno da una ventina d’anni fa e qui rievocato in grande stile, dalla title-track che pare posseduta dagli spiritelli gemelli di Editors e Keane a When It Breaks il cui increspato e crepuscolare incedere su trame chitarristiche in odore di Interpol si sposa col piglio riottoso dei migliori Bloc Party, fino al gaio funkeggiare di Who’s Your Money On? (Plastic House) che si rifà addirittura agli Arcade Fire post mortem di una Afterlife.

Ma qui non è la morte, quanto la vita a essere celebrata. Specie perché Non sarà sempre così è una sorta di slogan programmatico in epoca di auspicata uscita dalla pandemia. Il mood positivo e rassicurante di questo lavoro si colora di melodie orecchiabili, ma anche di ritmi contagiosi, verve antemica e un’epica che guarda a mostri da stadio come gli U2, certo, ma anche Muse (si ascolti Cheer Up Baby che non solo per l’assonanza del titolo ricorda la quasi omonima Plug In Baby), Coldplay e Kings Of Leon. Il tutto rielaborato in chiave groovy in stile Strokes, Killers, Rapture, Franz Ferdinand, ecc.

Anche se poi in alcuni episodi i riferimenti sono più diretti e si riagganciano direttamente all’estetica di fine anni ’70/inizio ’80 (la copertina del disco è un manifesto in questo senso) come in My Honest Face che disvela espressioni di predilezione danzereccia à la Joy Division e la seconda metà della suddetta Who’s Your Money On? che seguendo il battito di una Into The Heart si bagna i piedi in una The Ocean, entrambi brani presenti sull’album d’esordio degli U2, Boy. Anche la ballata Slide Out The Window richiama il leggendario quartetto irish, anche se qui a filtrare dalla finestra è un pulviscolo che fluttua delicatamente sulle arie di una If You Wear That Velvet Dress. Per non parlare poi dei mille e ovvi rimandi a gente come Talking Heads, Chameleons, Cure, Stone Roses… Insomma, gli Inhaler sono derivativi come solo chi ha respirato musica fin da quando era in fasce ed è cresciuto con in casa collezioni di dischi interminabili può essere.

E non c’è dubbio che una gran mano a ‘sti ragazzi l’abbia data Antony Genn in cabina di produzione. Genn, tra le altre cose, è stato bassista per i Pulp alla fine degli anni ’80, poi tastierista in tour con le Elastica nel decennio successivo ma soprattutto co-fondatore, nel 1999, dei Mescaleros di Joe Strummer. Quando hanno chiesto a Elijah se il contatto gli fosse stato fornito dal padre lui ha risposto candidamente: «Antony è un grande amico dei miei genitori». Già, le entrature. C’è da dire una cosa, però: acclarata la contiguità con gli U2, tutto sommato il figlio non ha fatto peggio di quanto è stato capace di fare il babbo negli ultimi vent’anni…

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