Recensioni

Catarsi, movimento e provocazione sembrano essere ingredienti che si appiccicano addosso al magnetico, trascinante, vincente debutto di Infinite Coles, SweetFace Killah.
Si tratta del primo lavoro del figlio d’arte (il papà è il Wu-Tang Ghostface Killah, aka Dennis Coles, ironicamente citato nel titolo) dopo Destiny (2021), EP dalle tinte r&b sensuali, fragili ed evanescenti (tra Daniel Caesar, SZA e Lucky Dave, insomma). Un breve lavoro che aveva già conquistato una buona fetta di pubblico, oltre a rivelare un talento che andava ben oltre i semplici dati anagrafici. Qui, quattro anni dopo, ritroviamo quei sound crepuscolari frantumati, espansi e spesso anche contraddetti, a favore di un’estetica che mescola con irriverenza queer, hip hop, sale da ballo e r&b — tra retromania e contemporaneità — in una tracklist pimpante, ben ritmata ed eterogenea.
Coles è bravo a costruire un fil rouge al contempo esistenziale ed emancipatorio, che tiene ben salde le varie sfumature e fonde l’amarezza di non avere un padre presente (e comprensivo con il desiderio di liberarsi, in un sentore di gioventù festaiola e irresponsabile. Sono due linee che spesso si intrecciano sia formalmente sia linguisticamente, seguendo le orme di altri dischi recenti (pensiamo a Hyperyouth di Joey Valence & Brae, esemplari nel loro quadro di disordine giovanile, o, in parte, a Stardust di Danny Brown, che quest’anno ha incontrato la scena queer dell’elettronica contemporanea e i sapori delle piste da ballo). Linee che definiscono ostacoli e vantaggi che un’identità deve affrontare prima di formarsi.
Così, se in Dad & I Coles lamenta questa crisi relazionale con delusione, su un tappeto r&b retromaniaco (Mary J. Blige, Blackstreet, Usher…), nell’intro e title track lo stesso argomento diventa provocazione, rabbia, cinismo e misoginia, mentre un andamento martellante da club si mescola al cantato/rappato del nostro (“Are my pants not low, like your self-esteem? Do I need to fuck a bitch just so you could see?”). Ma SweetFaceKillah non è solo lo sfogo un po’ testardo di chi vuole lanciare sassi contro un padre ottuso e omofobo: è anche l’occasione di sciorinare, con classe e personalità, tutte quelle direzioni che possono fondere sensualità, festa e catarsi in un linguaggio completamente in costruzione.
Subentrano così Boots – Ballroom C*NT mix, esplicita, edonista, materiale dedica al libertinaggio; Thankful, che incontra i Soul II Soul e si immerge nell’amore fisico; Hummingbird, che parte da D’Angelo per poi andare verso 6LACK e, in parte, James Blake, tornando sulle piste sospese di Destiny; oppure Shoot, che dal pop soffuso di SZA approda a uno dei momenti più godibili dell’operazione.
Non è di certo l’album di chi sa cosa farà della propria vita, né di chi conosce sé stesso o qualsiasi altra cosa in questo mondo. SweetFaceKillah è il racconto di una gioventù tutta da scoprire, immersa tra rapporti complessi, sentimentalismi, ricerca dei piaceri e festa. Una gioventù queer, che esplode nel grandangolo androgino di Coles in copertina, e che cerca nel movimento e in uno spazio a sé — la sala da ballo — un luogo dove trascendere, definirsi e accettarsi (proprio come FKA twigs ha cercato di raccontare nei due album di quest’anno, EUSEXUA ed EUSEXUA Afterglow).
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