Recensioni

6.5

Sulla metamorfosi e la liberazione — sessuale, spirituale, identitaria —
FKA twigs ha costruito una carriera da pioniera di un r&b elettronico che dialoga con pop, downtempo e avant-garde, offrendo agli ascoltatori una parvenza di ermetico futurismo capace di raggiungere classifiche e immaginario di massa. Il tutto è avvenuto attraverso una cura dell’immagine cesellata, profonda e sorprendentemente coerente, a dimostrazione di quanto una perfetta impalcatura visuale possa valere nel pop contemporaneo, spesso più della musica stessa.

La cantante inglese, nella sua ultimissima fase, dimostra di muoversi in queste dinamiche con l’approccio di una popstar che entra nello sperimentale, incarnando quella che ormai è una brandizzazione di sé stessa: piacevole, talentuosa, eclettica, ma pur sempre brandizzazione.

EUSEXUA Afterglow, così, e c’era da aspettarselo vista la scarsa distanza temporale dal suo prequel, ha più l’odore di una deluxe pensata per spremere ulteriormente la macchina perfetta costruita su un’estetica quasi “alla Björk” — senza però le pulsioni realmente avanguardistiche che muovevano (e muovono tutt’ora) l’artista islandese — che di un reale successore spirituale. Un’estetica basata sulla catarsi voluttuosa dell’individuo, sul piacere come trascendenza, sul rave party (e il suo immediato aftermath) come metafora dell’esistenza umana. Una trasformazione che, in entrambi i dischi, sembra più narrazione luccicante per ascoltatori in cerca di shock che un vero percorso spirituale.

Ecco allora Twigs muoversi nell’interstizio post-rave, raccontando di serate fuori, scappatelle in hotel, sesso (più esplicitamente che in passato, in tracce come HARD o Touch a Girl), isolamento e spaesamento post-euforia — con la deliziosa Lost All My Friend, spruzzata di malinconia evanescente e intrisa di ecstasy — in un frullato di tenera introspezione, edonismo e frammentazione ritmica. Peccato che tutto suoni come una normalizzazione di una proposta che un tempo futuristica e ambiziosa lo era davvero, e che ora si limita a istituzionalizzare vecchie influenze e schemi narrativi (tra cui Britney Spears, Madonna, l’house liofilizzata dei 90s, l’idioma trasformazione/liberazione sessuale di artiste come SOPHIE e Charli XCX, o il post-edonismo del primo The Weeknd, persino la stessa Twigs del passato).

Un banchetto di modelli estetici e riferimenti musicali che, ben raccontato e furbamente costruito, riesce ancora a strappare consensi: sia da chi in quella voce comincia davvero a sentirci Ariana Grande, sia da chi invece nella poetica di liberazione e indipendenza sessuale si illude di percepire una carica rivoluzionaria.

EUSEXUA Afterglow chiude così un anno in cui Twigs sembra più intenta a consolidare il proprio marchio che a espanderlo. E il paradosso è che, nel tentativo di liberarsi, finisce per incatenarsi a un’estetica che ha già detto tutto. Il talento resta, ma l’ambizione sembra essersi assottigliata. Vince la società delle immagini, a cui il pop non ha mai rinunciato e mai rinuncerà, anche nei suoi interpreti più raffinati. Peccato.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette