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(Buia) periferia nord di Bologna, quasi le 22 di un ordinario sabato sera. L’intimo Alchemica Music Club è pronto a ospitare il rituale dei Bohren & Der Club of Gore per il quarto appuntamento nel nostro paese. Dopo un oscuro drone durato qualche minuto, i tre alfieri del dark jazz salgono sul palco facendosi strada tra i numerosi strumenti e i microfoni ambientali. D’ora in poi il locale alle porte del capoluogo emiliano si tramuta in un perfetto doppelgänger del Bang Bang Bar di Twin Peaks.

Le pulsazioni ritmiche, lentissime e dal passo felpato, si intersecano con stanchi e notturni fraseggi di sassofono. Il trio si alterna gli strumenti ad ogni brano: capita che il batterista Morten Gass suoni un hi-hat col piede mentre è occupato dalle avvolgenti trame di piano elettrico, oppure passi alla Gretsch per impreziosire i brani con la sei corde. Anche il carismatico leader della formazione Christoph Clöser oscilla tra sax, sintetizzatori e l’imponente vibrafono che lo separa dal pubblico. Robin Rodenberg, invece, cura le profondissime e ruggenti basse frequenze dal sapore doom.

Lo stato di trance, indotto con maestria e magnetismo, non lascia alcun scampo, guidando gli ascoltatori verso lande desolate e nelle cupe profondità dell’animo umano. Sin dai primi estratti della carriera trentennale della formazione teutonica i brani scivolano l’uno dietro l’altro con ipnotica e vellutata eleganza. Le luci, intanto, virano colore, passando dall’azzurro al verde acido, stagliandosi sulle figure dei musicisti come in un qualche perduto noir impressionista.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare a prima vista, i tre non si prendono sempre sul serio, scherzando a più riprese tra loro e con il pubblico anche dopo una falsa partenza. I novanta minuti di concerto scorrono veloci come un febbricitante sogno lucido, ogni brano presenta sufficienti variazioni sul tema per non apparire la copia carbone del precedente, che si tratti del recente e psichedelico Patchouli Blue oppure del blues spettrale di Still Am Tresen (usato anche nella sequenza di apertura de La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo).

L’analogia con l’immaginario lynchiano non è casuale: chiudendo gli occhi si riesce a percepire la fantasmatica presenza del compianto regista (e del suo sodale Angelo Badalamenti) per tutta la durata dell’esibizione. Dopo un acclamatissimo encore di tre brani, in cui il fumo avvolge definitivamente i tre musicisti, un minaccioso drone compare nuovamente, chiudendo il cerchio e musicando la fine del concerto. Silencio.

Una volta usciti dal locale, sembra che l’evocativa musica appena ascoltata continui a risuonare come in un noir in cui è impossibile distinguere la realtà dal sogno. D’altronde, la notte fonda è l’orario perfetto per farsi cullare dalla Midnight Radio dei Bohren & Der Club of Gore.

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