Recensioni

Ci sono gruppi o artisti che non diventeranno mai famosi presso il grande pubblico, non faranno tour milionari, non registreranno numeri da capogiro in fatto di vendite e ascolti, ma che avendo dato origine a un genere diventano seminali. Questi gruppi dettano la linea e gli Slowdive sono tra questi. Famosi sì, ma di culto. Stanno in giro da trentacinque anni (includendo la metamorfosi Mojave 3) all’insaputa di un pubblico generalista che non li ha mai sentiti nominare, peccato per loro. Martedì 2 luglio 2024 è stata la loro prima volta in concerto a Roma come dire che da noi la sincronicità non è proprio un concetto di casa.
Che poi in fondo Rachel Goswell e soci non erano così famosi nemmeno nel Regno Unito all’inizio degli anni ’90. Rappresentavano piuttosto una realtà underground, molto under. Lo shoegaze, filone di cui i Nostri sono stati pionieri dandogli un tono più dreamy e compattando nel tempo il loro sound, era la nicchia della nicchia in un momento di grande fermento – e varietà – che stava caratterizzando la musica britannica. Tra Madchester e il nascente brit-pop, che pure all’inizio non è che andassero in prima serata sui TG nazionali, quelli che si fissano le scarpe – parliamo, oltre che degli Slowdive, di gente come Ride, My Bloody Valentine, Catherine Wheel e tanti altri – passarono quasi inosservati.

La serata romana all’Auditorium del quintetto di Reading si inquadra nel tour a sostegno di Everything Is Alive. Dall’album pubblicato a settembre dell’anno scorso la scaletta prende quattro brani, tanti quanti dall’iconico Souvlaki (40 Days, Alison, Souvlaki Space Station e When The Sun Hits), la splendida seconda prova datata 1993, e uno in più da Slowdive, il lavoro omonimo che nel 2017 ha ripreso il filo dell’attività discografica della band interrotto ventidue anni prima.

La Goswell si presenta sul palco in versione dark lady con chioma metà nera e metà color argento, una Crudelia DeMon simmetrica che dispensa sorrisi. Sul palco non si capisce chi fa cosa (a eccezione ovviamente di basso e batteria), i suoni di synth e chitarre, trattati e distorti all’inverosimile, si mischiano e si inerpicano lungo il costone di un muro di suono che a tratti raggiunge picchi vertiginosi. Dagli amplificatori esce il delirio, appena ingentilito dalle voci eteree, pulviscolari, della frontwoman e di Neil Halstead, che ovviamente si gaze le shoes per tutto il tempo ma se anche volesse alzare la testa, il suo sguardo rimarrebbe nascosto sotto la visiera del berretto che non gli si scolla dal cranio. E comunque chiamarlo lead guitarist sarebbe irrispettoso nei confronti dell’altro chitarrista, Christian Savill, anche lui fondatore del progetto, perché poi, alla fine, la formazione che sfila sul palco è praticamente l’originale.

Nella scaletta del tour c’è anche una cover di un brano di Syd Barrett, Golden Hair, che il Pink Floyd “schizzato” inserì originariamente nel suo album d’esordio da solista, The Madcap Laughs (1970). Lo show nel complesso è sobrio, così come l’afflato del combo in scena (giusto qualche «grazie» sparso qua e là) e la scenografia, sostanziata in un semplice schermo per proiettore che rimanda immagini astratte e sospese, in chiaro accordo con la musica che si sta ascoltando.
I cinque mettono in fila una quindicina di brani, tra main set e bis di tre canzoni, per un’ora e mezza scarsa di show. Non serve aggiungere altro, l’incanto, ancora una volta, è garantito.
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