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Si può fare del “self-loathing” un manifesto? Tenerlo bene in vista, pure con un certo orgoglio e spavalderia? Pare di sì, almeno guardando Sebastian Murphy, frontman dei Viagra Boys – suo malgrado, sembra: come fosse uno che ci è capitato lì in mezzo e tutto funziona e allora ci rimane e continua a tenersi la scena. Anzi, di più. Il “self-loathing”, l’autocommiserazione e lo stato putrido e decadente che ci fa assumere in quelle giornate buttate a casa a sudare in tuta senza concludere nulla, mentre consumiamo schifezze e birre del discount, tutto questo lo si può anche glorificare, renderlo epico. Materiale da palco.
Questo è a grandi linee quello che accade in un live dei Viagra Boys, ed è successo anche a Roma, Studi di Cinecittà, alla tredicesima edizione dello Spring Attitude Festival. Di Spring c’è solo l’Attitude, e dopo l’attacco incendiario con Ain’t Nice, Slow Learner e Down In The Basement è lo stesso Murphy a farlo notare sbiascicando qualcosa sul fatto che la primavera è ancora lontana anzi è appena finita l’estate, ma non ce ne frega più di tanto. Pancia gonfia di aria da birra, trame di tatuaggi esposti, latta da mezzo litro in mano, tenuta con due dita. Il menefreghismo, non tanto ribelle (quello ormai sarebbe da “average Punk Rock Loser”) quanto sciatto e scalcagnato, può essere una forma d’arte.
Troglodyte, Amphetanarchy che diventa una cavalcata elettronica caotica prima di deflagrare ancora, Just Like You, Ain’t No Thief, e l’inedita Man Made Of Meat. I ritmi sono serrati, i riff pesanti e nessuno ha voglia di essere calmato. Nonostante sia selvaggio e loro si esaltino schifosamente a suonarlo, il punk/post-punk dei Viagra Boys non ha pose muscolari, non è alimentato a testosterone: come dimostrano le movenze da Village People effemminati di Elias Jungqvist e del sassofonista Oscar Carls, e come il nome stesso della band lascia intendere, il loro è un commento ironico, una freddura sul fallimento e l’inutilità e la dissoluzione della mascolinità nella società moderna.
Superata la metà del set le cose rallentano e si placano per qualche istante con Worms e ADD. Mai troppo veloci, è il mid tempo il loro forte, tempi sinuosi in cui il basso si infila caldo e potente, e i fianchi di Murphy oscillano in una sorta di oscena danza del ventre sculettata. I due pezzi sono inframmezzati da una divagazione strumentale in cui Linus Hillborg martoria il manico della chitarra tirandone fuori un fondo di rumore e cacofonie su cui Oscar Carls improvvisa delle scale jazz strozzate e dei lunghi acuti sofferenti. Il suo uso del sax ricorda quello di James Chance nei Contorsions, dove tutto potrebbe essere lineare invece lo piega alla sua irrazionalità dissonante.
Quasi in chiusura con Sports. Pantaloni della tuta adidas, occhiali da sole, catena d’oro da gangster al collo, voce urlata e rauca che evoca il figlio bastardo dei Butthole Surfers e dei Black Flag: Sebastian Murphy, e con lui tutto ciò che i Viagra Boys rappresentano, mette in mutande la non-cultura della performance, l’automonitorazione del fisico, gli high-achievers, i fitness influencer e altri modi di rendere proficua e produttiva la reazione di terrore di fronte all’assurdo dell’esistenza. Quello che mettono in scena è un giudizio contorto sullo stato della attuale della società occidentale. Nella traccia di chiusura, la vecchia Research Chemicals impreziosita da un lungo finale strumentale dove sax, ritmica ed elettronica si producono in un pattern acido di ripetizione ossessiva, lo spettacolo dei Viagra Boys prende la forma di una corsa infernale diretta a schiantarsi da nessuna parte, gettando via senza nemmeno farci caso ogni forma di autoconservazione.
Sebastian Murphy è sudato e il sudore si mischia al gel che gli schiacciava i capelli all’indietro. Tutto quello che ha fatto è, di nuovo, far mostra di quello stato putrido e decadente in cui cadiamo, magari quando pensiamo di non farcela. E se ce l’ha fatta lui così… allora forse ce la facciamo tutti, davvero.
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