Nel mondo delle caverne con i Viagra Boys. La nostra intervista alla band
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Fernando Rennis
- 12 Dicembre 2022
Un “raffreddore epico” non impedisce a Tor Sjödén di essere collegato per la call. Dal canto mio, sono contento di poter chiacchierare con il batterista di una delle band più incendiarie al mondo. Sia nella dimensione in studio, sia in quella ad alto tasso pirotecnico che rende i live dei Viagra Boys un rito di liberazione collettiva. Da cosa? Be’ qui le risposte potrebbero pioverci addosso. Cave World, il loro ultimo album uscito a luglio di quest’anno, ci aveva colpito positiviamente, tanto che in queste pagine veniva apprezzato, in particolare, il «post-punk politico frastagliato di dissonanze ed elettronica basica di Troglodyte, un brano che non le manda a dire a complottisti, antiscientisti e devoti delle armi da fuoco». Insomma, con un biglietto da visita così, va da sé che il live del 15 dicembre al Fabrique di Milano diventa un evento da segnare in agenda.

Cave World è un disco aperto alle influenze: «Proviamo continuamente a fare qualcosa di totalmente libero», argomenta Sjödén, che concorda su questa visione, convinto che «Street Worms e Welfare Jazz siano simili tra loro, poi c’è stato un cambio di mentalità». Per passare alla domanda successiva tocca fare sponda sul vecchio adagio “è uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare”; nella fattispecie, si parla di etichettature, croce e delizia di chi pubblica musica, così come di chi ne scrive o ne parla. Ecco, i Viagra Boys rientrano in quella bolla che convenzionalmente chiamiamo post punk e, come molti colleghi che hanno rivitalizzato il genere, la libertà espressiva, tradotta in contaminazione, è una forte componente del sound della band. Il batterista ci pensa un po’ e spiega: «Credo sia dovuto principalmente al fatto di non avere eroi in comune. Non rincorriamo le singole influenze ed è una cosa di cui abbiamo parlato più volte. Siamo convinti che se una cosa funziona va bene, possibilmente eliminando gli eccessi, sicuramente procedendo per tentativi». E poi, aggiunge: «Sul discorso delle etichettature, non posso che concordare. Spesso ci è capitato di sentire che alcune persone sono venute al nostro concerto per andarsene deluse dal fatto che, secondo loro, avessimo suonato un solo brano post punk. Tuttavia, suoniamo post punk! Almeno per quello che ci capita di leggere».
La risata di Tor è il ponte che mi permette di risolvere una curiosità nei confronti dei Viagra Boys che mi accompagna dai loro esordi, ovvero una vera e propria ossessione per i gamberetti. Ce ne parlava Riccardo Zagaglia in occasione della sua recensione del loro secondo disco: «I testi degli svedesi continuano ad essere surreali nel loro mix di satira, denuncia sociale e nonsense che sfiora il dadaismo, e non ci riferiamo solamente agli onnipresenti ‘shrimps’ (gamberetti), una vera fissa per Murphy & Co., tanto da spingerli a fondare un’impresa fittizia chiamata Shrimptech Enterprises. Rimanendo in tema, è ormai storico il live set chiamato Shrimp Sessions, bissato recentemente (Shrimp Sessions 2) per la release di Welfare Jazz“. Sjödén non ricorda nemmeno bene com’è nato quello che lui stesso definisce un “must” dei Viagra Boys: «È nato per gioco, ce lo dicevamo durante le prove e mi piacciono parecchio! Le nostre session si chiamano ancora Shrimps. Magari, prima o poi, verrà fuori la verità, ma non è questo il giorno!».
Il minimalismo di cui si parlava prima è, però, questione relegata all’attività in studio. I live dei Viagra Boys sono potenti, energici e il batterista mi confessa: «Credo che non siamo mai davvero riusciti a catturare la potenza del nostro approccio live in un album di studio. Ogni volta raccogliamo molti commenti che ci ricordano quanto siamo molto meglio dal vivo che su disco. Posso dire che il mio obiettivo è decisamente quello di traslare il live in studio, di avvicinarli il più possibile. È una battaglia costante». C’è da dire, però, che questa dicotomia è anche giusta; una sorta di doppia natura: dottor Jekyll e mister Hyde. Sjödén si fa scappare un’altra risata e chiosa: «Devo anche dire che non sono mai stato a un concerto dei Viagra Boys come pubblico, quindi non ho un’idea precisa di come suoniamo!». Mi sono sentito di dare a lui un consiglio che allargo anche ai lettori: andarci.
La band di Stoccolma è stata sempre politica, nel miglior senso possibile. Cave World immerge l’impegno sociale nel confuso periodo pandemico dal quale stiamo gradualmente uscendo. Tor mi spiega: «È un album molto “umano”, un antidoto alle idee populiste che, per esempio, in Francia trovano voce in Le Pen. Mi deprime tutto questo, perchè mi sento come se stessimo regredendo a livello collettivo. Non cambieremo certo il mondo, ma se succedono cose deplorevoli è anche giusto fare qualcosa, muoversi, urlare, cantare. Senza pensare se ne vale la pena». Ovviamente, parte della ferocia dei testi dei Viagra Boys è dovuta a un’ironia tagliente, che spesso non viene compresa dalle menti retrograde: «Quando cantiamo “non vaccinarti” e qualcuno si convince che siamo no vax o una quelle robe lì, ci fa ridere, Sebastian (Murphy, il cantante ndSA) ci gioca su ai live ed è bello vedere le facce di chi non ci conosce bene e pensa di trovarsi al centro di una convention contro i vaccini. Ci piace scomodare le persone, farle sentire fuori posto».
La musica dei Viagra Boys è una risposta a un «mondo deprimente» e, parlando con Sjödén, sembra quasi di vederli quegli idioti che camminano descritti dagli Hives, la prima band che mi viene in mente se associo le parole “Svezia” e post punk. Chiedo quindi al batterista qualche nome di artisti svedesi che meritano di essere conosciuti oltre i confini nazionali. Tor precisa che l’incessante attività live della band non gli permette di essere così ricettivo riguardo alla scena scandinava, tuttavia «Ci sono band jazz easy-listening interessanti come i Tonbruket e il trombettista Goran Kajfeš, quando posso cerco di ascoltare qualcosa che sia diverso dal nostro sound. Ai festival o ai nostri concerti ci capita quasi sempre di avere come band di apertura uomini con chitarre distorte, quindi, a lungo andare, mi capita di annoiarmi ad ascoltare tutto ciò. In questo periodo, per esempio, sto vivendo il mio perenne momento Beak e sto consumando i Can».
Tornando alle nostre latitudini, quello dei Viagra Boys sarà un ritorno piacevole in Italia perché «suonarci è completamente diverso rispetto al resto d’Europa, ogni volta ne vale la pena e il concerto funziona. Voi italiani siete più sfrenati rispetto agli altri! E mi piace tantissimo».
