Recensioni

6.8

Non c’è nulla di più interessante che vedere un progetto crescere, maturare, espandersi. Scoprire nuovi orizzonti, per poi ripartire da capo. Il disordine delle cose fanno questo più o meno dal 2009, da quel debutto omonimo tinto per lo più di indie-pop largamente derivativo. Dopo l’esperienza islandese di La Giostra (2012), pieno di sonorità e contributi made in Sigur Ròs, la formazione originaria di Novara si è trasferita a Glasgow, in quel piccolo gioiellino del CaVa Sound Studio che ha visto, tra gli altri, passare gente come Travis, David Byrne e Mogwai.

Per i sei la scelta dei luoghi in cui registrare un disco non è mai solo una questione tecnica o di atmosfere. E’ una decisione più profonda, osmotica, che porta la loro musica a prendere delle direzioni piuttosto che altre, a scrivere testi in un modo piuttosto che in un altro. Un continuo two step flow che rende entrambe le componenti indissolubilmente legate.

A dare una mano ai Nostri in questo giro di giostra dal titolo quanto meno ambizioso che ha il sapore dell’arrivo, il tastierista dei Belle And Sebastian Chris Geddes, e le voci di Jerusa Barros e Christine Bowville. In realtà le dieci tracce che lo compongono evidenziano – al netto di strutture armoniche sempre più complesse, ricercate, talvolta pompose – qualche limite di sorta.

Il pop sperimentale conosce in questo episodio nuove declinazioni che lo avvicinano a sonorità quasi progressive, talvolta ambient, spesso soft-rock. Nel crescendo finale di A costo di sbagliare, nelle distorsioni di Hawaii e in generale in quegli episodi meno baroccheggianti e più definiti (quella La statua che molto deve agli Amour Fou ma anche tra le orchestrazioni di Fuori piove) risiedono le migliori realizzazioni delle intenzioni del gruppo. Ci sono poi i momenti più consolidati (Un ponte sul fiume), dove Il disordine delle cose va di pilota automatico, giocando con quella poetica evocativa che tra arpeggi, cori e movimenti di archi rapisce al primo ascolto.

Divagazioni da big band, reminescenze più semplicistiche e qualche bit fanno emergere alla lunga un po’ di ripetitività e qualche carenza nella rifinitura delle soluzioni. Ma c’è rischio, c’è voglia di scommettere, e per larga parte i musicisti lo fanno con merito. Ma è già tempo di ripartire.

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