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Salutati qualche anno fa come nuova promessa della musica indipendente italiana grazie ad un disco (Il disordine delle cose, 2009) riconosciuto figlio di una certa generazione di cantautorato pop italiano, ai piemontesi Il disordine delle cose, spetta il compito acquisire la propria indipendenza con il secondo lavoro, La giostra. A questo scopo fondano un'etichetta, “Cose in disordine”, spostano la produzione al Nord presso il Sundlaugin Studio di Rejkjavik, e si avvalgono di nuove collaborazioni: Birgir Jòn Birgisson, manager e fonico dei Sigur Rós, e le Amiina, quartetto d'archi finlandese noto per aver supportato i concerti dei già citati Sigur Rós.
La giostra cresce sulle basi gettate nel disco d'esordio e fondate su alcuni pilastri: anzitutto le strutture compositive e le atmosfere melancolico-intimiste della tradizione cantautorale rappresentata dai musicisti nostrani che hanno partecipato la realizzazione del primo album (Paolo Benvegnù, i Perturbazione, Marco Notari, Marta sui tubi, La Crus), ma anche echi caposseliani (Al tuo ritorno); poi i riferimenti ad un pop raffinato di matrice anglo-americana: Sto ancora aspettando, l'episodio più brioso del disco, sembra omaggiare i Sophia di Pace e i cori finali di Marionette potrebbero fare il paio con gli Oasis di Cast no shadow. E' soprattutto l'attenzione alla forma, tuttavia, che si fa più matura grazie a una produzione capace di armonizzare le anime del gruppo sotto l'egida di un pop d'autore dal respiro più internazionale.
Il secondo lavoro de Il disordine delle cose consolida le intenzioni di emergere dall'underground sulle orme di altri connazionali, come Negramaro (Mi sollevo) e Negrita (La giostra), ma ancora non chiarisce su quali linee si fonderà l'identità del gruppo.
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