Recensioni

La storia de Il cielo di Bagdad, alcuni anni fa, avrebbe potuto prendere direzioni diverse. Il gruppo aveva il suo discreto seguito fra gli amanti di alcune sonorità power-pop/post-rock, che poi all’epoca era quello che tirava di più, e aveva all’attivo un paio di album rotondi, funzionali, che traevano il meglio della cultura del suddetto genere con un tocco personale e per nulla scontato. Insomma, avrebbero potuto rappresentare l’ala alternativa e internazionalista dell’allora imperante cantautorato. La storia, però, è andata diversamente. La band ha preso fiato, rimanendo quasi all’asciutto dalle pubblicazioni per dieci anni, che in musichese è letteralmente un’eternità, e ha raccolto le forze, le contaminazioni e, soprattutto, l’esperienza di centinaia di palchi calcati. No Bad Days, dunque, se non è il disco di una band nuova, è solo grazie all’abilità dei tre ragazzi campani che, con maestria, hanno mantenuto quel briciolo di integrità stilistica per nulla scontato quando si passa dalla predominanza chitarristica ai synth.
Il nuovo disco promuove quei vettori della musica italiana che valgono e, soprattutto, hanno spessore internazionale – fermo restando che laddove alla parola musica affianchiamo il limitante “italiana” facciamo un errore da matita blu. Ciononostante, è indubbio che dalle parti di Casa del Mirto, Cosmo, M+A, Niagara, Populous, Drink To Me, Welcome Back Sailors abbiamo un genere che, se è vero che altro non testimonia se non l’inserimento nel più vasto panorama internazionale di synth pop, certamente crea una scena. La differenza di No Bad Days sta proprio nell’evoluzione della musica. Passare, seppure in un arco di tempo dilatato, da Paul Banks, Arcade Fire, Cure, ecc…, a melodie di tronica, ritornelli catchy, Postal Service, Lali Puna, Notwist o Mùm non può non avvenire con qualche retaggio. Il che rende il tutto più interessante. Si nota nei dettagli di una produzione ottima, come nel ride di batteria o nei feedback di chitarra distorta che pervadono You, nella voce spezzata di Over The Sun, nel crescendo rock di Follow Your Diamonds (un brano altrimenti tutto futuristico), nel ritornello molto più che radiofonico di Seven Days, nella batteria acustica sul tappeto di synth brass di Cape Town. L’atmosfera è tutto, ma sembra onesto affermare che il meglio del disco si ricava quando essa è solo marginale. Se è vero che aspetti robotici, synth pad, bit precisi, echo e pattern accattivanti la fanno da padrona, è vero anche che il lato migliore di questo disco è quello umano, quello che lavora con i sentimenti che solo melodie dreamy e armonie costruite dal talento possono far uscire. Di conseguenza l’inquietudine di MCMXCIV, costruita su un beat minimale di batteria alla XX, su un basso synth totalizzante e su un bridge emozionale con qualche accenno di chitarra, comunica meglio l’intento dell’intera opera e si distingue per originalità. Stesso discorso per Come Back, in cui però si gioca con le abilità vocali, i riverberi e la potenza di un ritornello che non ci stupiremmo di trovare in un disco di Grimes. Cape Town suona come una risposta più urbana e oscura a buona parte dei brani degli M+A, con la differenza che qui l’apparato melodico e vocale è ancora più di impatto.
In conclusione, a rendere il disco un disco di spessore è il fatto che, dietro una coltre di suoni sintetici e melodie nascoste da arrangiamenti fumosi, si trova un lavoro molto più pop di quanto sembri, laddove la parola pop è da leggere come sinonimo di fruibilità, leggerezza e spendibilità. Unico difetto, quello di suonare piatto, senza scossoni di rilievo lungo la tracklist. Una piattezza che però, come detto, fluttua a un livello alto di qualità. C’è solo da far sobbalzare qua e là l’elettrocardiogramma con qualche colpo di defibrillatore, ma, se dieci anni sono un’eternità in musichese, c’è tutto il tempo di farlo.
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