Recensioni

6.8

Ci si muove per sfumature nell’EP di esordio di Il cielo di Baghdad. Tutto sembra avvolto da un’ indolenza ricercata quanto apparentemente inevitabile. Un liquido amniotico che ha i toni pastello della copertina, il calore del sole del nord, il ritmo blando di un ralenti d’autore, l’intensità espressiva dell’arte pittorica di Monet. Inevitabile affidarsi a metafore e similitudini per descrivere il
disco. Inevitabile perché diversamente, si correrebbe il rischio di violare la quiete agreste dei sette movimenti di Manca solo la neve: un quadretto che tra toni caldi e strumentali avvolgenti, voci armoniose e voluttà eteree, omaggia i Sigur Ròs, prende a prestito le strutture dilatate del post-rock, traspira poesia e odori lontani.

Crogiolarsi nel suono quasi celestiale di Valentine Part 1 diventa allora cosa piuttosto facile, come del resto fremere per il crescendo pianoforte-chitarra della malinconica Laura e il suo gatto, perdersi nelle inquietudini di Apice o girovagare per gli ambienti crepuscolari di Tre (tre ragioni evidenti). Senza dover fronteggiare kitscherie improvvisate, cadute di tono, snobismi pretenziosi o banalità sconcertanti. Sette strumentali a base di chitarre elettriche, pianoforte, synth, batteria, drum machine e qualche voce sporadica per un disco  curatissimo – nella grafica quanto nei suoni – e soffice come la neve.

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