Recensioni

Volente o nolente, la sofferenza è qualcosa che accomuna tutti noi e forse, proprio per questo, il metal può essere considerato come uno dei generi musicali che più di altri riesce a trasmettere un forte senso di unione: un sentimento profondo, e largamente condiviso, rintracciabile spesso anche nei comportamenti di un pubblico particolarmente educato e rispettoso di chi gli sta attorno.

O almeno, questo è ciò che si è respirato all’Hiroshima Mon Amour di Torino la sera del 13 febbraio quando i Messa hanno funto da collante per un evento andato soldout che resterà nella memoria del locale nonché dei suoi frequentatori.
Ma procediamo con ordine.

Nubivagant – Foto di Franco Rodi

Frutto di una collaborazione incrociata fra l’Hiroshima e le agenzie di booking Trivel, Burning Tower, Mostro Production, e Last One to Die Crew, il concerto ha assunto la forma di una sorta di micro festival in cui quattro band totali si sono alternate all’interno di un clima sereno e familiare, un ambiente reso tale anche dalla possibilità di girare fra i relativi banchetti del merch allestiti nel piano sottostante del locale.

Ciò che si è venuto a creare è stato qualcosa di atipico per l’Hiroshima che per una sera è uscito dalla sua comfort zone aprendosi a un nuovo tipo di format che, diversamente dal solito, ha previsto una rotazione non stop di artisti notevoli appartenenti a una corrente ben specifica. E il tutto a un prezzo più che accessibile di 23 euro.

Ad aprire le danze di questa sorprendente rassegna, Nubivagant, l’agguerrito duo concepito dalla prolifica mente di Omega (al secolo Gionata Potenti, figura di spicco del black metal nostrano) nel quale l’armonia della voce è stata costantemente spalleggiata da una chitarra affilatissima e da una batteria impetuosa.

Ottone Pesante – Foto di Franco Rodi

Riscaldatasi per bene, la sala ha successivamente accolto gli Ottone Pesante che, approfittando del largo respiro del palco, hanno potuto dare il meglio di sé con un’esibizione vorticosa e acrobatica. Fra i calci volanti di Francesco Bucci e il suo fidato trombone, l’iperattività delle bacchette di Beppe Mondini, e le urla alternate alla tromba di Paolo Raineri, il trio brass metal ha definitivamente incendiato la sala dell’Hiroshima con quella che è stata una delle migliori performance della serata.

A seguire è stata poi la volta dei Ponte del Diavolo penalizzati purtroppo da una strana regolazione dei volumi che ha ovattato il tutto rendendo non sempre distinguibile la voce della frontwoman Elena Camusso. Caratterizzato da una teatralità a volte ingombrante, il live della band torinese è sembrato leggermente sotto tono nonostante l’interessante esecuzione di alcuni brani insieme a Potenti e Bucci.

Ponte del Diavolo – Foto di Franco Rodi

Con la platea gremita di accoliti provenienti anche dall’estero, i Messa hanno finalmente fatto il loro ingresso sul palco accompagnati da quel sensuale misto di eleganza e solennità che li contraddistingue. Nonostante qualche strascico dei disagi tecnici di cui sopra – fortunatamente scomparso dopo poco –, la band capitanata da Sara Bianchin è subito partita con una manciata di canzoni tratte dal loro ultimo album in studio The Spin, come Fire on the Roof, il singolo At Races, The Dress, e Thicker Blood.

Un viaggio intimo ed evocativo, quello offerto dal complesso veneto, che ha ammaliato l’intero pubblico grazie a una maestria indiscutibile che trasuda da ogni suo componente; in particolar modo dalla talentuosa voce di Bianchin e dall’incredibile chitarra di Alberto Piccolo capace di ricordare mostri sacri del calibro di Santana, Jimi Hendrix, e Tony Iommi.

Messa – Foto di Franco Rodi

In poco più di un’ora e quaranta di live, i Messa hanno trovato anche lo spazio per brani contenuti nei dischi precedenti quali Rubedo, Leah, Snakeskin Drape (rispettivamente da Close e da Feast for Water), e Hour of the Wolf che, estratta dal debut album Belfry, ha sancito il termine della serata.

Tra applausi e imprecazioni benevoli si è concluso così un evento intenso che ben attesta l’efficienza di quando diverse realtà del territorio, e non, cooperano insieme per garantire il raggiungimento di uno scopo comune: quello di diffondere bellezza e cultura in un momento storico in cui la realtà quotidiana appare molto più brutale di qualunque progetto metal.

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