Recensioni

7.6

In concomitanza con l’annuncio del nuovo tour in Italia del 2026, riascoltiamo The Spin dei Messa, uno dei migliori album di area heavy dell’anno, oppure uno dei miglior dischi italiani dell’anno, ma anche più semplicemente uno dei migliori album in senso assoluto dell’anno. Questo perché la band veneta, per la prima volta su Metal Blade Records, alza la posta in gioco, ampliando con molta naturalezza le relative ambizioni. Qui abbiamo a che fare, ormai, con una formazione rock capace di competere con i più blasonati nomi internazionali, ad alto livello, per un pubblico ampio, probabilmente con una maggior accessibilità mai a discapito della propria personalità. Ciononostante, una delle maggiori doti di Sara Bianchin, Marco Zanin, Alberto Piccolo (Little Albert) e Rocco “Mystir” Toaldo, quella cioè di possedere un’ampia apertura stilistica, rimane per l’appunto immutata. Se in passato avevamo già goduto di affondi ed escursioni negli anni 70, nello stoner, nell’ambient e nel jazz, sino alla nuance mediterranee e mediorientali del precedente turning point Close, in questo quarto passo in lungo ci si orienta verso sonorità goth synthwave espressamente debitrici a Killing Joke, Siouxsie & The Banshees et similia, sino ad arrivare ai Boy Harsher.

Composto in una villa del ‘500 vicino all’originaria Bassano del Grappa, registrato, prodotto, mixato e masterizzato da Maurizio “Icio” Baggio, The Spin è compatto e si immette, veloce, in circolo, si morde la coda in loop infinito come l’uroboro-pneumatico di copertina, di Nico Vascellari, più algido che in passato nella sua cura formale eppure incendiario. Void Meridian si srotola subito da una coltre Eighties, va lontano con voce dreamy e riff al fulmicotone, mentre At Races è una cavalcata per strappi e dilatazioni e Fire On The Roof, serpeggiante di sintetizzatori, è comunque sia pura, bruciante epica metal. Immolation, al cuore del disco, è una velvet ballad pianistica, più avanti squarciata inevitabilmente dalle corde, le cui tendenze jazzy deflagrano con l’assolo di tromba, di Michele Tedesco, nella successiva The Dress che, pur articolata, sfodera un arioso ritornello quasi fantasy-pop. Il blues torna protagonista in Reveal, tra slide ed espliciti rimandi doom ai Black Sabbath, forse l’episodio più poderoso in scaletta. Infine, l’estesa Ticker Blood si ricollega nel mood all’iniziale Void Meridian, in quel perfetto moto circolare di cui sopra, per poi sfoderare tutto l’armamentario in possesso lungo avventurosi saliscendi via via sempre più ferini. «I’m so ready to be my fate», le ultime parole pronunciate, come a consegnarsi a un futuro in tutto e per tutto in grande.

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