Recensioni

«If you wanna die, believe in lies». Sentirsi dire una frase del genere spingerebbe subito a cambiare strada per allontanarsi dal tizio che l’ha pronunciata. Ma poi ci rifletti e dici, “ok amico, forse hai ragione, mi hai convinto proprio quando stavo per pensare che quello che hai appena detto è la vera cavolata”. Perché la pronuncia stralunata e il tipo di chitarre in cui sono immerse le parole fanno intuire che c’è qualcosa di più dietro. Suona strano come consiglio, certo, ma del resto anche il nome della band suona strano! Così ti rendi conto che la frase a inizio disco è l’indizio perfetto per inoltrarsi nel nuovo lavoro di Neil Hagerty e dei suoi Howling Hex.
Archiviati i Royal Trux, la nuova filosofia del Nostro si basa ora su due concetti semplici e a quanto pare fruttuosi: il primo è che in questa fase storica dell’umanità non c’è abbastanza rock and roll, di quello vero, in giro (e come dargli torto); il secondo, legato a doppia mandata al primo, è che come autore si sente di non dover dimostrare più niente a nessuno, con buona pace degli snob intellettualoidi. Cose evidenti in Knuckleball Express, disco registrato in casa in otto giorni e dal suono diretto, come il genere vuole. E le canzoni stavolta funzionano tutte, sporche ma con un buon gusto nella melodia, e con quella giusta dose di sgangheratezza che rende il sapore complessivo decisamente più autentico rispetto ad altre occasioni.
Coadiuvati dall’ingresso in formazione della chitarrista e cantante Nicole Lawrence e dal produttore Clay Jones al mixer, finalmente gli Howling Hex suonano del garage rock come si deve, con le aperture ficcanti e gli ingredienti messi al posto giusto: sano r’n’r fatto di assoli alla MC5 (Words), qualche abrasione alla Stooges (Rootbeer Mother), infiorettamenti pop à la Stones (Cowboy Motors) e tentazioni in stile Trux più ripuliti che vanno a segno (Heavy Courtains). Un gioco che decolla ancora meglio nei duetti vocali della splendida City In The Coutry, brano dal vago incedere soul ma devoto alle esplosioni di chitarre, o nell’azzeccato country rock di Share A Name. Episodi di una tracklist ben fatta che scorre piacevolmente.
Un disco che sviluppa le idee con il giusto respiro e una buona personalità. Suona come una boccata d’aria fresca, tanto che senza accorgertene puoi facilmente ritrovarti a canticchiare Lies mentre giri per casa in questo lungo periodo di distanziamento sociale. Effetto della quarantena o meno, non sarà che Hagerty ha trovato la sua nuova strada?
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