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Con Tucson dello scorso anno i Giant Sand sembrano essere diventati una specie di istituzione transoceanica, reinventando il deserto dell’Arizona come un sogno iperrealista in un cinema danese e acquisendo perciò d’autorità un “Giant” in più nel nome. Quanto alla carriera solista di Howe Gelb, col qui presente The Coincidentalist prosegue su un binario più raccolto e peculiare, tornando alla ben nota poetica di felpate disarticolazioni malgrado la presenza di ospiti importanti come Will Oldham, Andrew Bird, M. Ward e della cantante scozzese KT Tunstall potesse far presagire un addomesticamento della calligrafia.
Pur con metodi ed esiti meno estremi di un tempo, Gelb sembra voler rappresentare in forma di canzone il cuore della canzone stessa, proprio quella certa vibrazione ritmica, quel frugale impasto di timbri, quella decisiva modulazione di volumi, a costo di divaricare giunture e squilibrare gli arrangiamenti, mettendo all’angolo il concetto di confezione/produzione. Infine riuscendo comunque a sembrare compiuto, ben confezionato, addirittura inappuntabile, almeno nei termini del canone gelbiano, un po’ come accadeva alle sghembe meraviglie di Monk o agli assolo ventrali di Neil Young. I dodici pezzi in scaletta compongono un carosello di umori errebì, cianfrusaglie jazz, vapori gospel e alt-country masticato fino alla fibra, un conglomerato etereo eppure carnoso che si sfalda come tufo, sornione ma insonne (come la famosa ruggine), definito da Gelb stesso come “erosion rock”.
Ci sono le chitarre acidule e i coretti 60’s nell’errebì estroso di Unforgivable, il piano sparso e amniotico tra i coretti che sussurrano cremosi ed un canto da confessionale Leonard Cohen in Picacho Peak, una The 3 Deaths Of Lucky che rievoca i fasti di Chore Of Enchantment impastando sogni, sabbia e pedal steel. Poi ancora le vampe soul ed il marpionismo elettrico in Triangulate, la garbata guittezza di Vortexas (in duetto col principe Billy), il languore asprigno e cinematico della title track (col retrogusto da romanza del violino di Bird) e quella sorta di mini suite di An Extended Plane Of Existence che si consuma tra folk, errebì e languide piacionerie lo-fi.
Questo disco è qualcosa, insomma, che sta tra l’istantanea e la summa, un fotogramma di transizione ma anche un ritratto definitivo: ti sconcerta e ti ammalia, ti irrita e ti incanta. Bisogna starci, con Gelb in genere le cose vanno così.
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